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Un nuovo stimolatore per l’emicrania

E’stato introdotto sul mercato dalla ditta Gammacore un dispositivo nuovo e molto importante ossia uno stimolatore elettrico del nervo vago che aiuta chi soffre di mal di testa cronici. Ricercatori del Besta di Milano e dell’Università di Torino hanno trattato 96 persone, più della metà ha visto scomparire il dolore cronico del tutto mentre solo l’11% ha registrato una attenuazione senza sparizione. All’insorgere dei primi dolori, si poggia Gammacore sul collo in corrispondenza del nervo vago e qui il dispositivo comincia a inviare minuscole scariche elettriche che bloccano in poco tempo il Glutammato, un neurotrasmettitore eccitante che di solito scatena il dolore infiammatorio alla testa. Gammacore invece non ha componenti chimiche e dunque non ha effetti collaterali nocivi o fastidiosi e ottiene i risultati in metà tempo, in alcuni casi come già visto fa addirittura sparire del tutto il dolore. Basta cambiare i dosaggi delle micro scosse e si può avere ragione di emicrania, di nevralgie e di cefalea a grappolo.

gammacore

Un nuovo intervento chirurgico in grado di guarire l’emicrania

corrugatoreUna nuova via di guarigione per chi soffre di emicrania è un intervento di chirurgia plastica che rimuove il muscolo che spesso causa il disturbo. L’intervento chirurgico si basa infatti sulla rimozione del muscolo corrugatore, localizzato nell’area sopraciliare, la cui contrazione in alcuni casi esercita pressione sul nervo trigemino e può scatenare forti attacchi di emicrania. L’intervento chirurgico, che dura circa un’ora, viene effettuato in anestesia totale, in regime di day-hospital o con un breve ricovero. Il trattamento è già proposto in centri specifici europei in Svizzera, Germania e Gran Bretagna ed ora è possibile effettuarlo anche in Italia in centri dedicati a Milano, Bolzano e Roma. Il chirurgo che ha importato in Italia il metodo si chiama Philipp Agostini e spiega che il principio scientifico si basa sul fatto che sul cranio esistono cosiddetti punti “trigger” o “interruttori”, che se vengono irritati, ad esempio tramite compressione muscolare, scatenano un attacco di emicrania. Il disturbo infatti, pur avendo origine a livello cerebrale, può essere innescato dalle regioni periferiche del capo. L’intervento chirurgico consiste nel devitalizzare i muscoli corrugatori in modo da non irritare quei punti trigger. Si tratta di un concetto terapeutico dove la parte più importante è l’iter diagnostico. Questo prevede un dettagliato questionario che il paziente deve compilare, seguito da un consulto medico e da un test con il Botox che, paralizzando il muscolo corrugatore, simula l’intervento chirurgico. Dopo il test, il paziente compila un diario per otto settimane, dove segnala la frequenza e l’intensità degli attacchi. Se dopo otto settimane si riscontra un evidente miglioramento (almeno del 50%), il trattamento chirurgico è indicato. I risultati sono positivi nel 90 % degli operati, di questa percentuale il 35% dei pazienti dopo l’intervento era completamente libero da disturbi e un altro 55% ha riscontrato un dimezzamento della frequenza degli attacchi e dell’intensità del dolore di almeno il 50%.

Deep brain stimulation per guarire il mal di testa

deepbrainUna vita in apnea, in attesa di un dolore che periodicamente annulla ogni programma; una malattia che nelle forme più acute è invalidante; un handicap nascosto in testa, poco visibile ma sempre presente, perché da un momento all’altro potrebbe riemergere e scatenarsi. Pierluca Tagariello dei suoi 34 anni ne ha vissuti 16 con la cefalea a grappolo (cluster headache, secondo la definizione coniata nel 1952 da Charles Kunkle). Oggi, però, Tagariello è tra i primissimi pazienti al mondo a essersene liberato per sempre, grazie a una tecnica inedita messa a punto all’Istituto Besta di Milano, che potrebbe dare nuove speranze a chi ha un calendario scandito dalla medesima sofferenza. Direttore generale a Roma di un’importante agenzia di comunicazione, era impossibile per Tagariello abituarsi a quel mal di testa atroce che la medicina stessa gli attribuiva: la ‘cefalea del manager’ (o ‘del suicidio’ come la chiamavano anni fa gli studiosi francesi), caratteristica cioè di uno stile di vita stressante e disordinato, che colpisce soprattutto gli strati medio-alti della popolazione, con pressanti impegni professionali (per questo il rapporto maschio-femmina da 5 a 1 è passato in meno di 20 anni a 2 a 1: proprio per i ruoli di maggior responsabilità ricoperti dalle donne).

Pierluca aveva paura di programmare una vacanza o un viaggio, non sapeva se avrebbe concluso una riunione o se sarebbe stato puntuale a un appuntamento; non prendeva il sole in estate e non si concedeva neppure un bicchiere di vino per non risvegliare la crisi. Lui della cluster headache ha sperimentato ogni sfumatura: il trauma del primo episodio, l’angosciante apprensione della forma cronica, infine la drammaticità quotidiana, più e più volte al giorno. “Era come avere una spada conficcata nell’occhio per ore o essere svegliati da un martello che picchia in testa in piena notte. La mia esistenza era spaccata in due: da una parte l’attacco, dall’altra la sua attesa“.

Era, appunto. Perché oggi lui ne è uscito definitivamente dopo l’intervento che nove mesi fa gli ha cambiato la vita. La sua storia a lieto fine è però costellata di blackout e cure fai-da-te, tentativi nella medicina tradizionale e svariate incursioni in quella alternativa nel corso di un lungo e improvviso calvario simile forse ad altri. “Avevo 16 anni quando è iniziato“, racconta: “Ero a scuola e a un tratto un dolore lancinante ha preso a traforarmi il cranio, il viso era per metà pieno di lacrime, l’occhio sinistro iniettato di sangue, gonfio. ‘Sto per morire’, ho pensato“. Difficile per chi non lo ha mai provato, o per chi assiste a una crisi, dare un nome, individuare un sollievo per quel trapano: “L’insegnante di filosofia ci provò con una banana: ‘Tieni, c’è il potassio“. Poi ci fu la corsa in ospedale, i calmanti, le flebo. E la prima crisi passò così“. Non trascorse molto tempo prima di ricevere la diagnosi: “Cefalea a grappolo, mi dissero, ma con la faccia di chi ti sta dicendo che hai un male incurabile. Subito non ci feci molto caso, perché dopo quel primo episodio tutto era tornato alla normalità. Più o meno per sei mesi, fino a quando la spada nell’occhio – nel mio caso il sinistro poiché il grappolo è sempre unilaterale – è tornata per restare una decina di giorni“.

Arginare il dolore era una battaglia, una sperimentazione continua: “Interrompevo qualsiasi cosa per andare alla ricerca di un caffè, perché su consiglio dei medici avevo imparato che la caffeina, il ghiaccio e ogni sostanza vasocostrittrice poteva dare un certo sollievo“. I primi tempi quella sensazione acuta, perforante, martellante si raggruppava nell’arco di circa dieci-quindici giorni due o tre volte l’anno e una volta superata “quasi me ne dimenticavo, rimandando il problema della cura al grappolo successivo, quando però era ormai troppo tardi per avere la forza di affrontarlo“.

I programmi in agenda vanno regolati di conseguenza, secondo un ritmo stagionale che non lascia spazio alla libertà: “In previsione del periodo mi organizzavo sulla base di un ciclo pensando: ‘Ecco che si avvicina il mese della sofferenza, che cura provo stavolta?’. Era sempre una strada diversa, un nuovo tentativo per liberarmi della bestia“. Perché la bestia spinge a sperimentare le cure più bislacche: “Ho cominciato con la medicina tradizionale cinese e il Qi Gong, continuato con il reiki, tentato con l’iridologia, l’agopuntura, l’ipnosi terapeutica, l’omeopatia e i fiori di Bach. Sono andato in India e in Thailandia alla ricerca di santoni, mi hanno consigliato di tornare esattamente da dove ero partito: dai guaritori pugliesi devoti a Padre Pio“, continua Pierluca, originario di Taranto.

Poi c’è stato il periodo delle bombole: “L’ossigeno rivela una certa efficacia contro il dolore e per anni due bombole ad altezza umana, da 3 mila e 6 mila litri, sono stati i miei angeli custodi: una in casa di fianco al letto, l’altra accanto alla scrivania in ufficio. Talvolta mi davano sollievo, ma se l’ossigeno non funzionava, perdevo tempo prezioso, perché la puntura prima la fai meglio è“. Per arginare il dolore si prescrivono iniezioni di sumatriptan, mentre la profilassi è a base di cortisone, verapamil o litio. Spesso chi soffre ne fa abuso: “I farmacisti erano i miei punti di riferimento, i miei alleati e i miei nemici al tempo stesso“, continua: “Non mi bastavano le due dosi al giorno ordinate dal medico, così mandavo parenti o amici al posto mio per convincerli a darmi il sumatriptan senza ricetta“. Una cerchia ristretta di amici in realtà, perché la cefalea mina i rapporti sociali: “Io avevo scelto di non interrompere la vita professionale per dare un senso a quella reale. Il lavoro in qualche modo dava un ritmo di normalità alla giornata, mentre nei periodi di blackout erano ammessi solo gli intimi. Per tutti gli altri era come se partissi per un viaggio lungo un mese“.

Fino a quando un giorno arriva una crisi, che sembra devastante e invalidante come le altre; ma che non se ne va. Passano 15, 20 giorni, un mese, due, il grappolo resta conficcato nel cranio: è diventato cronico. “Avevo letto che nel 10 per cento dei casi c’era questo rischio, e che poteva essere un effetto boomerang del cortisone: io ne prendevo 60 milligrammi al giorno, tutti i giorni. Quando realizzi che il periodo non finisce, è lì che comincia la grande paura. La cronicità ti scardina l’equilibrio precario che ti eri creato tra un episodio e l’altro. E allora cambia tutto“. Per Pierluca il cambiamento significa abbandonare le cure selvagge, i tentativi fai-da-te, per mettersi nelle mani di specialisti: “Nel 2002 mi sono rivolto all’Istituto neurologico Besta, che è un punto di riferimento per chi ha il grappolo, e così sono entrato in cura dal professor Gennaro Bussone. Con lui è iniziato un nuovo percorso, mille prove farmacologiche, cortisone, litio, anti-epilettici, che però nel mio caso non erano sufficienti“. Con il corpo che cambia, che non sempre risponde ai medicinali e soprattutto che rende evidente che tutte le medicine che prendi non fanno più effetto la scelta diventa abbastanza naturale: “Farsi operare al cervello non ha nulla di eroico, è semplicemente l’ultima spiaggia“.

Pierluca decide di sottoporsi alla ‘deep brain stimulation’, una tecnica risolutiva per la cefalea a grappolo proposta nel 2000 per la prima volta al mondo dal team di Bussone. “È un microchip piantato in profondità nel cervello e collegato a una batteria, che regola attraverso impulsi l’attività dell’ipotalamo“, spiega Pierluca: “Non era una gran prospettiva, diventare una specie di uomo bionico non mi allettava. Ho passato il mese prima dell’operazione in uno stato misto tra catatonico e fatalista: un modo di gestire la paura. Ma non avevo altra scelta per uscire dal mio incubo. Fino a quando un giorno Bussone mi parla di questa forma meno invasiva dell’intervento che forse poteva dare qualche risultato, anche se sarei stato solo la terza o quarta persona al mondo. Mi dissero che se non faceva effetto avrei comunque potuto tentare l’altra strada. Insomma, non c’era un gran ottimismo, ma neanche controindicazioni“.

L’operazione proposta consiste nell’impiantare il chip non in profondità nel cervello, ma sotto pelle, dietro la nuca. È solo un tentativo, una sperimentazione dall’esito incerto. Pierluca accetta, entra in sala operatoria a gennaio, ne esce dopo un intervento in anestesia totale di tre ore (completamente a carico del servizio sanitario così come la manutenzione di elettrodo e batteria). Ne avrà ancora per due-tre settimane prima di notare il cambiamento, radicale: “Non è stato immediato, ho dovuto attendere una ventina di giorni prima che l’elettrodo cominciasse a funzionare“. Fino al miracolo: “Il grappolo è scomparso, da nove mesi sto benissimo, non ho più un attacco e non devo bombardarmi di medicinali“.

Gli unici inconvenienti sono quelli di avere una batteria sotto pelle più o meno grande come una pedina “perché il microchip non lo avverto neppure“. Poi c’è l’obbligo del tagliando periodico al Besta: “Ci sono stato tre o quattro volte per farmi controllare dal neurologo, che attraverso un computer regola l’intensità e la frequenza degli impulsi“. Ma la guarigione è stata completa e priva di effetti collaterali. Tranne due, non propriamente di carattere medico: “Non posso passare al check-in in aeroporto ed evito tutti gli sport violenti per non rischiare di compromettere la batteria“. Tutto il resto è lecito perché, conclude l’ex malato: “Oggi non vivo più nel terrore degli attacchi e mi sento pieno di tutte quelle energie che la sofferenza mi aveva sottratto. Posso fare programmi, viaggiare, vedere un film dall’inizio alla fine, bermi una birra, prendere il sole. dormire la notte e vivere di giorno. E soprattutto con il mio esempio spero di poter dare coraggio a chi si trova nelle condizioni in cui mi trovavo io“.

Parla l’équipe che ha messo a punto l’intervento contro la cefalea Fino a ieri era l’unica strada. Già utilizzata contro il morbo di Parkinson o l’epilessia, la deep brain stimulation è stata proposta per la prima volta nel 2000 contro la cefalea a grappolo all’Istituto neurologico Besta da Gennaro Bussone. Direttore dell’Unità Operativa Cefalee e malattie cerebrovascolari al centro milanese, è lui che insieme alla sua équipe (Massimo Leone, Domenico D’Amico, Licia Grazzi e in sala il neurochirurgo stereotassico Angelo Franzini) ha individuato nell’ipotalamo la chiave per sconfiggere questa ‘bomba a orologeria biologica’ e ha poi esportato la tecnica in tutto il mondo. Non tutte le forme si possono tuttavia risolvere con la stimolazione profonda (di recente utilizzata anche dal Centro cefalee e malattie cerebrovascolari di Vicenza da Giovanni D’Andrea). Perché essa sia utile, spiega Bussone, “innanzitutto dev’essere una cefalea di tipo strettamente unilaterale, i pazienti non devono soffrire di disturbi della personalità. E devono presentare sintomatologie croniche, farmacoresistenti, seriamente invalidanti“. In sala operatoria l’intervento si traduce nell’impianto di un microchip che regola attraverso impulsi elettrici l’area ipotalamica, responsabile delle principali funzioni dell’organismo e, in pochi sfortunati casi, anche dei periodici attacchi. Un intervento invasivo per il paziente, al quale però l’équipe sta affiancando in questi mesi un nuovo tipo di operazione, quella raccontata in queste pagine da un paziente. Una versione light, o meglio esterna, che potrebbe essere ugualmente efficace “se seguita dall’opportuno follow-up“, precisa Bussone. In quest’ultima variante il microchip non viene inserito in profondità, ma dietro la nuca a livello sottocutaneo, all’altezza del nervo grande occipitale: “Poiché il microelettrodo rimane sotto pelle l’impatto emotivo per il paziente è immensamente minore “, spiega Massimo Leone, dirigente medico dello staff: “Soprattutto, in questo modo l’intervento non comporta alcun rischio“. Perché la deep brain stimulation può avere conseguenze mortali: “In Italia non abbiamo registrato alcun decesso, ma è una rarissima possibilità verificabile nell’1 per mille dei casi” aggiunge Bussone. Nessun pericolo invece per la nuova tecnica, che sui primissimi pazienti sta dando buoni risultati: “È ancora presto per una statistica, finora abbiamo applicato sette impianti esterni. Ma qualora si arrivasse a un numero sufficiente di risposte positive, si tratterebbe di un importante passo avanti“, conclude Bussone.

Un farmaco nato per il diabete tiene lontana l’emicrania

topiramatoSe come nemico non lo puoi vincere evita di incontrarlo. Un principio di antica saggezza messo in pratica dalla ricerca scientifica sulla terapia dell’emicrania. Dopo anni di ricerche per trovare farmaci in grado di togliere il mal di testa, oggi vengono annunciati buoni risultati (anche miglioramenti del 60%) con una molecola utilizzata per prevenire gli attacchi emicranici, evitando che insorgano. E’ a base di topiramato, neuromodulatore già usato come antiepilettico, che il Ministero della Sanità ha approvato qualche giorno fa con l’ indicazione di cura proprio per l’emicrania. Sarà questo il tema protagonista del 2/o Congresso Nazionale dell’ Associazione Neurologica Italiana Ricerca sulle Cefalee (ANIRCEF) in programma a Bologna dal 17 al 20 maggio e presentato all’Istituto Neurologico Besta di Milano da Gennaro Busone, responsabile del Dipartimento Neuroscienze Cliniche e da Pasquale Montagna, presidente del meeting bolognese. Il topiramato – spiega Bussone – nasce per essere usato nel diabete, come ipoglicemizzante orale; poi per caso se ne scoprono proprietà antiepilettiche. Infine, solo all’inizio del nuovo secolo, si pensa ad utilizzarlo nell’emicrania. “Il fatto che rallenti il metabolismo degli zuccheri – afferma Montagna – spiega perché può contrastare sia gli attacchi epilettici che quelli emicranici”. Ma per comprendere come, per Bussone, “bisogna conoscere i progressi fatti negli ultimi anni dalle conoscenze sull’emicrania, che non sono di poco conto”. Si è compreso, infatti, che “l’ emicrania colpisce chi ha un cervello con caratteristiche speciali, sempre in allerta, con una cronica insofferenza ai cambiamenti” (ecco spiegata ad esempio, la cefalea da week-end). E il dolore è il modo con cui il cervello si protegge da una situazione a cui non riesce ad adattarsi. “Il neurone emicranico – spiega Montagna – è in una perenne situazione di precario equilibrio energetico: davanti allo stesso stimolo consuma più energia di un neurone normale. Così il cervello emicranico – aggiunge il neurologo facendo un paragone col motore dell’automobile – finisce per lavorare sempre ‘in riserva’, consumando più energia di quella di cui può disporre. In questa situazione, le cellule nervose che continuano a pigiare sull’acceleratore, finiscono con iper-eccitarsi. Come estrema difesa, il motore va in blocco innescando un dolore spontaneo”. Ecco dunque spiegato il meccanismo d’azione del topiramato, che agisce sulla principale fonte energetica delle cellule nervose modulando, equilibrando il modo del motore di utilizzare l’energia e impedendo alle cellule nervose di iper-eccitarsi scatenando attacchi di emicrania (o di epilessia). In questo modo, l’emicrania non viene combattuta quando ormai si è innescata, ma semplicemente viene prevenuta. Un farmaco quindi da non usare al bisogno, ma ogni giorno anche in assenza di emicrania e per lunghi periodi, sempre sotto controllo medico. Una sorpresa: anche senza una dieta specifica, fa perdere in media cinque chili in nove mesi. Dal 2000 a oggi il topiramato è stato sottoposto a numerose sperimentazioni in varie parti del mondo. Al Besta se ne è occupata Licia Grazzi, che al congresso di Bologna riferirà sui risultati ottenuti dal farmaco neuromodulatore: “Nei pazienti con emicrania cronicizzata, con attacchi quotidiani, i risultati sono stati incoraggianti: la percentuale dei miglioramenti è stata del 50-60% con una netta riduzione nel numero delle crisi mensili e miglioramento deciso della qualità di vita. Inoltre é diminuito il numero dei giorni di cefalea al mese così come il numero di analgesici assunti in un mese. Nei pazienti, questo ha comportato un netto miglioramento nell’espletamento delle attività quotidiane anche lavorative e, spesso, la ripresa di una vita sociale che per molti di essi era ormai finita”. Gli effetti dell’emicrania cronicizzata sono devastanti: “Ci sono persone – afferma Bussone – che per mesi o anche per anni, prendono dalle 7 alle 10 dosi di antinfiammatori al giorno. Pensate un po’ agli effetti nell’apparato gastrointestinale o in quello renale. Almeno il 30% dei ricoveri per l’emicrania sono per abuso di analgesici. Questi pazienti devono prima essere disintossicati dai farmaci, e solo dopo essere sottoposti a una terapia contro l’emicrania divenuta ormai cronica”. Si tratta di centinaia, di migliaia di persone in tutta Italia, dove il mal di testa severo colpisce 9.800.000 persone con una prevalenza femminile di due donne ogni uomo, con costi sociali diretti e indiretti calcolati in 3500 euro l’anno per paziente. Inoltre, l’emicrania è causa di tensioni familiari e sociali nel 43% dei casi; nel 23% ha ripercussioni nella sfera sessuale, nel 28% dei casi interferisce sui programmi per le ferie. Ancora: denunciano ansia e depressione il 60% dei cefalalgici gravi. Settantacinque pazienti su 100 ricorrono all’ automedicazione ma, come ha sottolineato Bussone, il 30% ne fa un abuso pericoloso.

Invalidità civile per il mal di testa

malditestaUna giovane precaria sofferente di mal di testa all’improvviso sta male mentre è al lavoro, non sopporta luci e suoni, ha nausea, deve «nascondersi», rannicchiarsi in qualche angolo buio e imbottirsi di antidolorifici. Scappa a casa. La crisi può durare anche 1-2 giorni e ripetersi quattro volte in un mese. Per il suo datore di lavoro non è una garanzia e alla scadenza del contratto a termine la ragazza perde il posto. È il destino di molti sofferenti di mal di testa, in termini medici di molti affetti da «sindrome cefalalgica». Sette milioni in Italia, di cui 5 milioni donne. Un milione nella sola Lombardia. Ebbene dal 14 dicembre 2006 per i cefalalgici lombardi è riconosciuta l’invalidità civile. Alle Asl è arrivata una circolare (a giorni pubblicata sul Bollettino regionale) con le tabelle per la valutazione e la certificazione. Tre le distinzioni, in base alla gravità: livelloA(forme episodiche a frequenza di attacchi medio-bassa e soddisfacente risposta al trattamento) con invalidità 0-15%; livelli B1 (forme episodiche a frequenza di attacchi medio-alta e scarsa risposta al trattamento) e B2 (forme croniche con risposta parziale al trattamento) con invalidità 16-30%; livello C (forme croniche refrattarie al trattamento) invalidità 31-46%. Non oltre, per ora. Ma sufficiente per rientrare nelle categorie protette per il lavoro o per avere garanzie ulteriori soffrendo di una «malattia» riconosciuta.
Quello della Lombardia è il primo servizio sanitario in Italia, e forse al mondo, a riconoscere il mal di testa come causa di invalidità. «Una vittoria per l’Associazione italiana per la lotta contro le cefalee (Aic) — dice Giancarlo Alicicco, responsabile dell’Aic lombarda (sede presso l’ospedale San Carlo di Milano) — che da anni si batte per questo riconoscimento. I nostri esperti con quelli delle Regioni e delle Asl hanno fissato i parametri di valutazione e ora ci saranno garanzie reali per chi a causa del mal di testa ha difficoltà, se non l’impossibilità, a svolgere le normali attività quotidiane con problemi fisici, psicologici, familiari e collegati all’abuso di farmaci cui si trova costretto ».
Eppure, nonostante il numero di malati e i problemi causati dalla sindrome (comprese eventuali patologie collegate come la depressione), finora non si era mai riusciti a ottenere il riconoscimento di invalidità. Perché? «Perché — risponde Alicicco — si è sempre sostenuto che è una malattia di sicura verifica e quantificazione con riscontri strumentali. In realtà quasi sempre la diagnosi è solo clinica e basata su un adeguato periodo di osservazione e trattamento. Ma questo è ben specificato nella circolare della Regione Lombardia». Secondo dati americani si stima che le cefalee colpiscano il 18-24% della popolazione generale.
In Italia le forme prevalenti sono l’emicrania, la cefalea a grappolo e quella di tipo tensivo. Colpite più le donne degli uomini (rapporto di 4 a 1). Insorgenza dei primi attacchi tra i 16 e i 32 anni. Nel nostro Paese a causa del mal di testa ci sarebbe un vero e proprio rallentamento delle attività individuali e perdita di giornate lavorative. Con costi sanitari, diretti e indiretti, quantificabili ogni anno in circa 3,25 miliardi di euro. Malattia diffusa, causa di numerosi problemi e nota dalla notte dei tempi. Nel 7000 avanti Cristo (Mesolitico) si trapanava il cranio (uno dei primi interventi chirurgici nella storia della medicina) come terapia della cefalea, dell’epilessia e di vari disturbi psichiatrici. Si pensava infatti che dal foro praticato potessero uscire i demoni e gli spiriti maligni che per gli stregoni erano causa di queste patologie. Gli antichi medici egizi invece usavano legare, con nastri di lino dove venivano scritti i nomi degli dei, un coccodrillo di creta sulla testa delle persone che soffrivano di cefalea.
Nel 400 avanti Cristo, Ippocrate descrisse per primo l’aura visiva che precede una crisi emicranica e l’effetto risolutivo del vomito: per lui i «vapori gastrici» risalendo fino alla testa erano all’origine della cefalea. E c’è anche un Darwin: nel ’700 Erasmus, nonno del famoso Charles, ipotizzò per il mal di testa una causa vasomotoria. Tornando all’attualità, un’altra prerogativa lombarda è il riconoscimento di metodiche alternative alla medicina ufficiale quali strumenti di benessere per i cefalalgici. Tra questi trattamenti integrativi spiccano agopuntura, reiki e radiestesia. Ma in alcuni Stati europei i trattamenti integrativi sono già prassi da tempo.