Dalla narcolessia una nuova cura per combattere l’insonnia

orexinaCombattere l’insonnia partendo dal problema opposto: la narcolessia, la malattia che fa addormentare improvvisamente, senza alcun preavviso. Proprio da questo disturbo contrario potrebbe arrivare una nuova cura per chi passa le notti in bianco, più efficace e con minori effetti collaterali rispetto a quelle attualmente disponibili. Lo dimostra uno studio svizzero pubblicato su Nature Medicine. L’esperimento, condotto dal gruppo di François Jenck nei laboratori della Actelion Pharmaceuticals di Allschwill, ha studiato i disturbi del sonno sui topi, cani e uomini. I ricercatori hanno scoperto che disattivando i recettori di una molecola che regola la veglia, l’orexina, è possibile indurre il sonno. L’orexina è un neuropeptide prodotto nel cervello, responsabile della regolazione del ciclo sonno-veglia. E’ diventato noto proprio con la narcolessia: si è infatti scoperto che chi soffre di questo disturbo, che fa cadere improvvisamente addormentati anche nelle circostanze più improbabili, è privo di questa specifica molecola. Da qui l’intuizione dei ricercatori: se è l’orexina a tenerci svegli, allora “bloccandola” si dovrebbe riuscire a far dormire anche chi soffre di insonnia: un buon 20-30 per cento della popolazione, anche solo per brevi periodi. Finora si credeva che farmaci che agissero bloccando l’orexina avrebbero potuto dare complicanze simili a quelle della narcolessia: in particolare, la perdita di tono muscolare, che in alcuni casi risulta particolarmente grave. Il nuovo studio dimostra invece che bloccando i recettori dell’orexina, che permettono ai neuroni di rispondere alla proteina che “ordina” al cervello di rimanere sveglio, si può indurre il sonno, senza le conseguenze indesiderate della narcolessia. “Lo studio”, spiega Roland Haefeli della Actelion, “ha coinvolto 70 volontari, senza alcuna storia di problemi neurologici, disturbi del sonno o psichiatrici”. I soggetti hanno assunto un farmaco che inattiva il recettore dell’orexina. Dopo circa un’ora, hanno iniziato ad avere sonno. Sono poi stati seguiti per le successive 12 ore. Il sonno dopo qualche ora spariva e i volontari sono stati sottoposti a test psicomotori, per valutarne le funzioni, e hanno risposto ad un questionario per valutare le caratteristiche del loro sonno. La prossima fase delle ricerche, spiega ancora Haefeli, sarà valutare il miglioramento, con questa nuova terapia, degli effetti collaterali che possono comparire con i sonniferi più classici, quelli che agiscono sui “recettori Gaba”, una sorta di interruttore generale del sonno. Strascichi spiacevoli e a volte invalidanti come la sonnolenza, l’intorpidimento, le difficoltà di prestazione il giorno successivo.

Utilizzata una nuova metodologia che integra risonanza magnetica ed elettroencefalogramma

Dalla foto al “film” dell’attività svolta del nostro cervello. Grazie ad una nuova metodologia, ora è possibile seguire lo sviluppo spazio-temporale dei processi cerebrali, superando il limite imposto dalla staticità delle immagini della risonanza magnetica. L’innovativa tecnica di indagine è stata messa a punto in uno studio svolto dalla Fondazione Santa Lucia in collaborazione con l’Istituto Universitario di Scienze Motorie (IUSM) di Roma e l’Università della California di San Diego. I ricercatori hanno integrato le immagini della risonanza magnetica con la registrazione di onde elettriche cerebrali dell’elettroencefalogramma che riflettono le continue fluttuazioni degli stati della mente. I risultati della ricerca, diretta dal prof. Francesco Di Russo, saranno pubblicati domani sulla rivista internazionale “Human Brain Mapping” che dedica a questo lavoro anche l’intera copertina.

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Lo studio ha richiesto la collaborazione di diversi gruppi di ricerca: quelli dei laboratori di Neuropsicologia e di Neuroimmagini Funzionali della Fondazione Santa Lucia e del Laboratorio di Psicofisiologia dello IUSM. Oggetto di analisi è stato il percorso dell’informazione visiva nel cervello in 24 soggetti sani sottoposti ad elettroencefalogramma (EEG) ad alta risoluzione e ad acquisizioni di immagini di risonanza magnetica (MRI) e di risonanza magnetica funzionale (fMRI), così da ricostruire tridimensionalmente il cervello, identificare le principali aree visive e la posizione delle risposte cerebrali. Tutti i dati sono stati poi elaborati e combinati per mappare il percorso spazio-temporale della risposta cerebrale allo stimolo visivo. L’Università di San Diego ha infine assemblato il lungo lavoro. L’integrazione delle due tecniche ha mostrato la possibilità di indagare in modo complementare due aspetti fondamentali delle funzioni cerebrali: il tempo e lo spazio. L’EEG permette di registrare con una precisione del millesimo di secondo quando un processo avviene; la RM, nel caso specifico quella funzionale, invece permette, come in una foto, di visualizzare con un’accuratezza del millimetro la zona del cervello dove è avvenuto un processo, mostrando con precisione quali aree cerebrali sono attivate da certi stimoli, però non quale area si attiva prima e quale dopo. L’utilizzo congiunto di EEG, MRI e fMRI apre nuovi orizzonti di ricerca: sarà infatti possibile studiare il flusso d’informazioni nel cervello umano con grande accuratezza e, soprattutto, in maniera non invasiva. In passato l’unico modo per sapere contemporaneamente dove e quando si svolgevano alcune funzioni cerebrali era l’inserimento chirurgico di sonde: data l’alta invasività, questa tecnica era utilizzata solo in malattie molto gravi. Il nuovo metodo permetterà di studiare in profondità anche le persone sane o con malattie come emicrania o forme d’epilessia. “Lo studio – commenta il prof. Di Russo – mostra che integrando le conoscenze provenienti da diversi metodi di ricerca è possibile superare i limiti di ognuno di essi”.

I meccanismi responsabili della sindrome dell’X fragile

xfragileNuovo passo in avanti nella conoscenza dei meccanismi responsabili della sindrome dell’X fragile, la più frequente forma di ritardo mentale ereditario. Una ricerca coordinata dalla professoressa Claudia Bagni ha svelato un nuovo ruolo della proteina FMRP (Fragile Mental Retardation Protein), già coinvolta in molteplici processi neuronali. La sindrome è dovuta a mutazioni di un gene presente sul cromosoma X che codifica proprio la proteina FMRP; le alterazioni di questo gene portano a difetti dello sviluppo neuronale e a conseguente ritardo mentale. Lo studio ha evidenziato che FMRP stabilizza l’RNA messaggero (una sorta di “stampo” usato dalle cellule per produrre correttamente specifiche proteine) di un’altra proteina: la PSD-95, cruciale per la struttura e la funzione dei punti di contatto delle cellule nervose, le spine dendritiche. Il gruppo della Bagni ha dimostrato che la FMRP controlla la sintesi della PSD-95 affinché il suo RNA messaggero sia presente nelle spine per lungo tempo: un processo conosciuto come “stabilizzazione degli RNA messaggeri”. Utilizzando come modello dei topini, i ricercatori hanno scoperto che l’RNA messaggero di PSD-95 viene degradato molto rapidamente nelle cavie che mancano della proteina FMRP; in tal caso il livello di questa proteina è basso soprattutto nell’ippocampo, struttura fondamentale nei processi di apprendimento, di memoria. L’ippocampo è la struttura del cervello colpita sia nei pazienti con la sindrome dell’X fragile sia in quelli con altri disturbi della memoria e dell’apprendimento; si pensa che anomalie nella formazione dell’ippocampo possano anche contribuire a malattie come autismo, schizofrenia ed epilessia. Si è dunque verificato che la mancanza di PSD-95 porta a deficit cognitivi e di memoria nei topini utilizzati per lo studio della sindrome dell’X fragile. Parallelamente, la perdita di proteine molto simili a PSD-95 porta a grandi deficit di memoria nell’uomo. La scoperta di tale collegamento tra FMRP e PSD-95 è quindi di grande rilevanza per i processi mnemonici. I ricercatori hanno concluso che alcuni degli effetti della sindrome dell’X fragile possono essere il risultato di una riduzione di RNA messaggeri i quali giocano un ruolo chiave sia nello sviluppo del cervello sia nei processi di memoria.

Lo studio è stato svolto a Roma presso la Fondazione Santa Lucia e l’Università di Roma “Tor Vergata”, in collaborazione con Seth Grant e Kristen Dickson dell’Università di Edimburgo ed il gruppo del professor Giovanni Neri dell’Università Cattolica di Roma. I risultati saranno pubblicati a maggio sulla prestigiosa rivista “Nature Neuroscience” e sono già disponibili on line sul sito della rivista. Il lavoro della professoressa Bagni è stato finanziato da Telethon con il sostegno di, dal Ministero dell’Università, dal Ministero della Salute e dall’Associazione Italiana Sindrome X Fragile Artigiancassa.

Nei pazienti con sindrome dell’X fragile la maggiore compromissione risiede nelle anomali spine dendritiche del sistema nervoso: qui avviene la trasmissione dei segnali nervosi e risiedono i processi di memoria ed apprendimento. Grazie a tali spine le cellule nervose “comunicano” e scambiano informazioni per la regolazione di molti fattori importanti per il loro stesso funzionamento. Nei neuroni la proteina FMRP serve a regolare la sintesi di una serie di altre proteine implicate nella formazione e nel funzionamento delle spine dendritiche. La FMRP interagisce con vari RNA messaggeri; in particolare i ricercatori hanno osservato che quando FMRP è assente, nelle sinapsi diminuisce il livello del RNA della proteina PSD-95, portando ad alterazioni nella trasmissione dei segnali nervosi. I risultati dello studio indicano, pertanto, che la stabilizzazione d%gli RNA neuronali svolge un ruolo importante nel meccanismo molecolare alterato nei pazienti con la sindrome dell’X fragile e nelle cause di ritardo mentale.

La sindrome, conosciuta da 15 anni, ha una incidenza sulla popolazione di circa 1 caso ogni 2 mila maschi e di 1 ogni 4 mila femmine, mentre la frequenza dei portatori sani è stimata rispettivamente tra 1 ogni 250 maschi e 1 ogni 800 femmine. Sebbene ad oggi non esistano cure, lo studio dei meccanismi di base, come quello condotto da Claudia Bagni, apre la strada alla possibilità di individuare terapie innovative.

A Niguarda nasce la banca del cervello

niguardaUna banca del cervello per combattere il Parkinson e scoprire quali sono le cause che scatenano questa malattia. E´ nata a Milano ed è la prima a livello nazionale e promette di essere un “fiore all´occhiello” sul fronte della ricerca scientifica. Dopo New York, Londra, Parigi, Berlino e Vienna, anche a Milano i ricercatori potranno fare studi su piccoli campioni di tessuto cerebrale e cercare di sconfiggere una malattia che nella sola Lombardia colpisce più di 30mila pazienti. La “banca del cervello”, ospitata all´ospedale di Niguarda, è super tecnologica e non ha nulla a che vedere con immagini da film stile Frankenstein. I primi quattro campioni di tessuto nervoso dell´encefalo sono custoditi in piccoli blocchi di paraffina, congelati in speciali bidoni di azoto liquido. Entro fine anno i medici contano di avere almeno una ventina di campioni di cervello, con l´obbiettivo di arrivare a quota cento entro il 2010. «La creazione di questa banca è stata una vera impresa, ci abbiamo messo dieci anni anche perché abbiamo dovuto combattere molti pregiudizi e risolvere mille problemi burocratici. Ma alla fine ce l´abbiamo fatta», spiega il professor Gianni Pezzoli, il direttore del Centro per il Parkinson, presso il Cto degli Istituti clinici di perfezionamento, noto anche per essere il medico curante del cardinal Martini, che ha dichiarato pubblicamente di essere uno dei 220mila malati di Parkinson italiani. I partner di questa operazione sono tre. Il Niguarda che ospita la “banca del cervello”, presso il servizio di anatomia patologica diretto dal professor Marcello Gambacorta, gli Istituti clinici con il professor Pezzoli e la Fondazione Grigioni che ha fatto da sponsor sostenendo le spese.

Ma come funziona la “banca del cervello”? «Al Cto abbiamo il più importante centro Parkinson con un archivio elettronico di 14mila pazienti, con 1.200 nuovi casi all´anno e oltre 90mila famiglie iscritte all´associazione dei parkinsoniani – spiega il professor Pezzoli – a tutti loro invieremo una lettera informativa, con allegato un modulo di consenso che dovranno firmare per dire “sì” al prelievo dell´encefalo dopo la morte. Un documento, questo, redatto da un pool di avvocati, grazie al quale speriamo di recuperare il ritardo di decenni che l´Italia ha accumulato sul fronte della ricerca rispetto all´America». Ma per le donazioni, i medici non fanno solo appello ai malati. Infatti, si rivolgono anche ai pazienti sani. «Per progredire nella ricerca – sottolinea Pezzoli – dobbiamo poter mettere a confronto tessuti sani con quelli colpiti dal Parkinson. Per questo chiediamo la collaborazione di tutti». «Quando la gente sente parlare di donazione del cervello si intimorisce – spiega il professor Gambacorta, il direttore di anatomia patologia del Niguarda – ma noi preleviamo solo piccole sezioni di encefalo che, una volta protette nella paraffina, vengono poi conservate nell´azoto liquido. E lì possono stare anche dieci anni a disposizione della ricerca». I costi per i prelievi e le diagnosi di base saranno sostenuti dal Niguarda e dagli Icp, mentre tutto il resto sarà finanziato dalla Fondazione Grigioni. «Dopo il denaro e le case, si può lasciare in eredità alla scienza il proprio cervello – spiega Marisa Boati, la vicepresidente dell´Associazione dei parkinsoniani, autrice della lettera che sarà inviata alle famiglie – . Per aiutare la ricerca non serve solo il cervello dello scienziati. Può essere utile anche quello di una persona comune. Lasciarlo in eredità, equivale a diventare immortali».

Il Parkinson è una malattia che ha una lunga durata. La media è di 16 anni e per poter convivere con questa patologia debilitante occorre essere seguiti da medici specializzati, come quelli del Cto di Milano, capaci non solo di personalizzare la cura ma anche di insegnare ai pazienti un nuovo stile di vita. «La dieta, lo sport ma anche l´ascolto della musica possono aiutare i malati a fronteggiare la malattia – conferma il professor Pezzoli – ma per aiutare i pazienti sia sul fronte terapeutico che sociale, è stata elaborata la “guida blu” che risponde a tutti i quesiti relativi al Parkinson». Su questa malattia, in rapida espansione, domani si tiene un convegno che si chiuderà con un concerto per ricordare il cantautore Bruno Lauzi, morto di Parkinson lo scorso anno.

Biopsia della pelle per la diagnosi delle Neuropatie

neuropatiadiabeticaGrazie alla biopsia della pelle è possibile individuare precocemente, con facilità e senza dolore, molte neuropatie degli arti. Questa promettente nuova tecnica diagnostica è in fase di sperimentazione – in vista di una successiva verifica su ampio campione – con risultati molti positivi alla Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta di Milano. La biopsia della pelle è la tecnica più sicura, indolore e meno costosa tra quelle utilizzate per la valutazione dei danni alle piccole fibre nervose. La semplice operazione avviene in anestesia locale ed è effettuata attraverso il “punch”, un ago di 3 millimetri di diametro che consente l’asportazione di una ridottissima porzione di pelle. La biopsia può essere ripetuta più volte nella stessa zona nervosa per valutare la presenza della malattia o per osservare l’efficacia di eventuali trattamenti. Le ricerche dell’Istituto Besta hanno rilevato che questa tecnica funziona efficacemente nel 93% dei casi e può individuare le neuropatie molto più precocemente rispetto ai tradizionali test. Secondo i dati del Besta le neuropatie riguardano il 2% della popolazione, ma la percentuale sale al 17% nelle persone che presentano fattori di rischio, come il diabete. Circa la metà delle persone che soffrono di diabete da più di 25 anni, infatti, manifesta neuropatie periferiche a braccia e gambe, i cui sintomi sono ravvisabili nella degenerazione delle fibre nervose. Sono questi alcuni dei risultati della ricerca condotta da Giuseppe Lauria dell’Istituto Besta. Diversamente dalle tecniche precedenti, invasive, rischiose e dolorose, che prevedevano la biopsia dei nervi del polpaccio, il prelievo di pelle consente di analizzare i nervi a seconda della loro funzione. Inoltre, nei pazienti affetti da neuropatie più gravi, la biopsia della pelle permette di individuare anomalie dei nervi. E’ proprio la degenerazione della fibra che provoca dolore nei pazienti e che quindi può generare neuropatie agli arti. La biopsia permette di identificare la presenza di una neuropatia nel 90% dei pazienti con dolore, nei quali la tradizionale elettromiografia risulta negativa. È abbastanza semplice individuare la malattia se il soggetto presenta disturbi del metabolismo, come l’iperlipidemia, ovvero l’eccessiva presenza di grassi nel sangue, reazioni immunitarie, come la celiachia, o fa uso di sostanze stupefacenti. Diversamente, in assenza di questi fattori, è molto più complicato rilevare la neuropatia, che si può manifestare con dolore o bruciore ai piedi, specialmente di notte. In alcuni pazienti è addirittura sufficiente il contatto con acqua calda o fredda per suscitare dolore e nella maggioranza dei casi si rileva stanchezza nelle gambe, crampi e affaticamento immotivato.

Ottanta elettrodi nel cervello per capire dove inizia l’epilessia

Ottanta elettrodi appoggiati sul cervello per scoprire da dove parte il male, in quale punto inizia l´epilessia che condanna il giovane paziente a crisi continue. Tre giorni con i cavetti nella testa, tre giorni di studio sui monitor del film che racconta quello che succede al quattordicenne malato. Poi, venerdì, l´intervento chirurgico per colpire la zona responsabile delle crisi e bloccarle.
Al Meyer la settimana scorsa è stata fatta la prima registrazione intracranica. «Chi entrava nella stanza del paziente pensava di essere in un film di fantascienza», commenta il personale del reparto. Era in corso un viaggio nel cervello mai avvenuto prima nell´ospedale pediatrico. Il quattordicenne, che vive in Toscana, anni fa era stato colpito da una encefalite che ha lasciato danni seri in entrambi gli emisferi cerebrali. Alcuni di questi provocavano crisi epilettiche continue. «Praticamente era resistente a tutti i farmaci – spiega Renzo Guerrini, il neurologo pediatrico che ha portato la nuova tecnica all´ospedale fiorentino – Il suo caso poteva essere risolto solo con un intervento chirurgico. Ma non riuscivamo a capire da dove partissero le crisi, proprio perché il cervello ha danni nei due emisferi. Così abbiamo deciso di fare la registrazione intracranica». L´esame è delicatissimo e particolarmente invasivo. La calotta cranica del giovane è stata tolta, sono stati inseriti gli elettrodi e poi è stato riposizionato l´osso, su cui è stato praticato un foro da cui uscivano tutti i cavi. Poi è iniziato lo studio vero e proprio. «Attraverso le registrazioni delle crisi abbiamo piano piano avuto sempre più chiaro da quale punto delle zone cerebrali lese iniziava il problema. Questo tipo di studio è ovviamente molto più preciso di un encefalogramma, che resta sulla superficie del cranio, ma del resto quando bisogna intervenire chirurgicamente è necessario essere estremamente precisi». Dopo tre giorni c´è stata la sicurezza della sede di origine delle crisi. Venerdì mattina il neurochirurgo Lorenzo Genitori e la sua équipe hanno portato il malato in sala operatoria. «E´ stato un intervento conservativo – spiega Genitori – non particolarmente complicato. La cosa difficile era capire dove agire». Dall´altro giorno, quando si è risvegliato il giovane non ha più avuto le crisi epilettiche. «La chirurgia non provoca danni – dice Guerrini – perché il 99% delle persone con una epilessia da operare ha già una lesione. Si tratta quindi di intervenire in un punto che già non funziona».

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L´epilessia colpisce circa l´1 per cento della popolazione. «Candidati al trattamento chirurgico – spiega sempre Guerrini – sono circa il 6-7% dei soggetti malati. Per alcuni di loro potrebbe essere utile la registrazione intracranica». La metodica è molto delicata, l´osservazione dell´attività del cervello non può durare più di tre-quattro giorni perché si rischiano infezioni. Guerrini è arrivato a novembre 2006 al Meyer. E´ uno degli “acquisti” fatti dal direttore generale Paolo Morello e dal preside di Medicina Gianfranco Gensini per rilanciare l´ospedale nei vari settori specialistici. Il professore si è formato a Pisa, poi ha lavorato due anni in Francia e soprattutto è stato ordinario di neurologia pediatrica allo University college di Londra, dove si occupava di epilessia. «Era un centro ottimo, lavoravamo molto bene, facendo anche questo tipo di interventi – racconta – Ma il sistema sanitario inglese non mi piaceva, c´erano troppi problemi, i pazienti erano costretti a lunghissime liste di attesa. Così dall´università di Pisa mi hanno convinto a ritornare». Guerrini ha lavorato sempre come universitario per tre anni allo Stella Maris di Tirrenia, poi è stato chiamato come professore ordinario da Firenze ed ha accettato di dirigere la neurologia pediatrica. In pochi mesi con l´aiuto di Genitori (altro professionista con solida formazione all´estero) ha creato l´unico centro di chirurgia dell´epilessia esclusivamente dedicato all´età pediatrica in Italia.

Ha un cervello piccolo come un uovo di gallina

cervellopiccoloHa 44 anni e conduce una vita normale malgrado la grave patologia, un’idrocefalia non comunicante. Nella sua testa vi è appena un decimo della normale massa celebrale. Quarantaquattro anni, sposato con due figli, dipendente statale. Sembra un uomo come tanti, invece è finito sull’ultimo numero della rivista medica inglese The Lancet. Il motivo: a causa di una grave patologia il suo cervello ha lesioni definite dai medici “impressionanti”, eppure lui conduce una vita normale. Il caso è stato portato alla ribalta delle cronache dai medici dell’ospedale dell’università di Marsiglia. Il paziente si è presentato da loro per la prima volta nel 2003 per problemi alla gamba sinistra. Dopo gli esami neurologici gli è stata diagnosticata un’idrocefalia non comunicante, una grave malattia che provoca l’accumulo di liquido all’interno del cranio, che a sua volta comprime la massa cerebrale. Il neurologo che ha descritto il caso riferisce che gli esami di laboratorio hanno mostrato delle immagini veramente inusuali con delle cavità enormi lasciate dal liquido. Il cervello stesso, sia la materia grigia che quella bianca, è completamente schiacciato contro il cranio. Questa discordanza tra immagini così inquietanti e una vita praticamente normale è un messaggio di speranza. Dopo aver effettuato gli esami neurologici, i medici francesi hanno misurato anche il quoziente intellettivo dell’uomo, ottenendo un valore di 75, leggermente più basso del minimo considerato ’normalè, teoricamente stimato in 80. «Non è il primo caso riportato di persone che con importanti lesioni riescono a mantenere delle buone capacità cognitive, anche se i danni al cervello di questo paziente sono impressionanti – commenta Alfonso Caramazza, direttore del Centro Interdipartimentale Mente Cervello (Cimec) dell’università di Trento – negli anni ’60 ad esempio l’epilessia grave si curava togliendo metà del cervello, eppure i bambini sviluppavano delle eccellenti capacità cognitive all’età di 18-20 anni. È un esempio della plasticità del cervello, che riesce comunque a funzionare pur essendo danneggiato, secondo meccanismi che ancora sono del tutto sconosciuti. Bisogna inoltre sfatare il mito che le dimensioni del cervello sono proporzionali alle capacità: basti pensare che Einstein, secondo uno studio di due anni fa, aveva un cervello più piccolo della media». I medici francesi, ricostruendo la storia clinica del paziente, hanno trovato che i primi segni dell’idrocefalia si erano manifestati all’età di 6 mesi, e successivamente a 14 anni. In entrambi i casi con un intervento si era eliminato il liquido in eccesso, che però ha lasciato i danni, per cui non esistono cure, descritti nell’articolo. «Al giorno d’oggi non ci sono terapie per riparare ai danni delle lesioni al cervello, nè comportamentali nè farmacologiche – conferma Caramazza – in futuro forse sarà possibile trapiantare cellule cerebrali, ma questo tipo di operazione per ora è stata fatta solo sugli animali, su cui comunque ha dato ottimi risultati».

Il premio Dr Hadwen Trust per la ricerca medica etica va allo scanner cerebrale

Un gruppo di ricercatori che hanno utilizzato dei potenti scanner celebrali per sviluppare metodi che sostituiscano gli esperimenti invasivi su animali di laboratorio, ha vinto il premio per la scienza etica messo a disposizione dalla Fondazione inglese “Dr. Hadwen Trust”. L’aumentata attenzione internazionale verso la ricerca sulle malattie neurologiche potrebbe portare a un enorme aumento degli esperimenti sui primati, a meno che non si dedichi un maggior impegno a sviluppare le tecniche alternative, senza animali. I dati statistici del Regno Unito, pubblicati nel luglio 2007, rivelano che gli esperimenti sugli animali hanno raggiunto oltre i 3 milioni, il piu’ alto numero da 15 anni a questa parte. La necessita’ di tecniche alternative e’ oggi piu’ forte che mai, per questo la Dr Hadwen Trust premia gli sforzi degli scienziati il cui lavoro sta apportando contributi significativi nella sostituzione degli animali e mette in luce i vantaggi, sia scientifici che etici, delle tecniche innovative basate su una ricerca senza animali.
Il Gruppo di Ricerca in “neuroimaging” (visualizzazione dell’attivita’ cerebrale) alla Aston University di Birmingham ha aperto la strada alla ricerca non invasiva sui volontari umani usando un tipo di scanner celebrale chiamato MEG (Magnetoencefalografia) il quale sta rivoluzionando la ricerca sul cervello e aiutando a sostituire gli esperimenti sul cervello dei primati e dei gatti. Il MEG misura i campi magnetici che sono naturalmente presenti all’esterno del cranio, dovuti all’attività elettrica del cervello. La tecnica e’ completamente non-invasiva e innocua.

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Questo lavoro all’avanguardia e’ stato riconosciuto dalla Dr Hadwen Trust, il 15 agosto 2007, con un premio per l’Eccezionale Contributo Scientifico alla Sostituzione Animale. Nicky Gordon (Science Officer) ha presentato il premio nel palazzo “Vision Science”, seguito da un speciale tour e una dimostrazione all’interno del labotarorio del MEG.
La Dr Hadwen Trust e’ stata la prima organizzazione a donare i fondi per l’eccezionale progetto MEG nei lontani anni ’90, quando Aston faceva funzionare l’unica macchina MEG della Gran Bretagna. La ricerca di Aston e’ stata fondamentale per dimostrare le capacità del MEG e per aumentarne la diffusione. Per costruire un’immagine accurata di come il cervello umano funziona, la “School of Life and Health Science” oggi combina una vasta gamma di tecniche complementari non-invasive per gli studi sul cervello, che include MEG, fMRI (risonanza magnetica funzionale), EEG (Elettroencefalografia) e MRS (spettroscopia a risonanza magnetica). La tecnica MEG e altri sistemi sono stati utilizzati in un programma di progetti di ricerca etica sotto la supervisione del Direttore del laboratorio MEG, il Professor Paul Furlong. Le aree di ricerca piu’ importanti includono il comportamento umano, l’epilessia, il dolore, l’udito, il parlato e il linguaggio, insieme allo sviluppo di farmaci non-invasivi per le malattie neurologiche come l’Alzheimer e la depressione.
Dichiara Nicky Gordon della Dr Hadwen Trust: “La OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) ha stimato che per il 2020 le malattie mentali saranno la seconda causa piu’ comune di morte e disabilità. Malattie come la depressione, la demenza e l’autismo stanno diventando il focus di nuove ricerche in tutto il mondo, e alcuni ricercatori stanno discutendo su un eventuale aumento delle ricerche sulle scimmie. Il cervello delle scimmie pero’ è diverso dal nostro e noi abbiamo la responsabilita’ morale di questi animali altamente senzienti. Questo e’ il motivo per cui la ricerca di Aston e’ stata scelta per ricevere il nostro premio; riconosciamo il contributo immenso che ha apportato e continua ad apportare, nel migliorare la qualita’ della ricerca sul cervello, attraverso la sostituzione degli esperimenti sulle scimmie con le tecniche di scanning piu’ moderne e all’avanguardia che esistano.”
Nonostante i vantaggi che questi scanner apportano sia dal punto di vista etico che scientifico alla ricerca sul cervello, uno degli ostacoli che impedisce che vengano applicati su larga scala è la mancanza di accesso e di specializzazione su queste tecniche non-animali cosi’ avanzate. Per superare l’ostacolo i ricercatori di Aston hanno provveduto ad assicurare la formazione e l’accesso alle nuove tecnologie con il primo Master in Neuroimaging lanciato nel 2005.

Il Tnfp nella Svizzera Italiana

Vista l’attenzione che accomuna molti colleghi per esercitare la professione fuori dai confini Italiani abbiamo coinvolto in un breve resoconto la collega Annalisa che è un Tnfp presso il servizio di Neurologia dell’Ospedale Civico di Lugano, ecco quanto ci ha scritto:

Il mio diploma di Tecnico di Neurofisiopatologia risale al 1994, dopo aver lavorato un anno con incarico di sostituzione maternità è iniziata la mia nuova e attuale esperienza lavorativa all’estero: la Svizzera.
Per iniziare a lavorare nella Svizzera Italiana ho dovuto cambiare residenza, perché quando ho intrapreso questa professione, la legge non prevedeva che i lavoratori frontalieri (cosi’ è chiamata la nostra categoria) risiedessero a una distanza di confine superiore ai 20 Km; i nuovi accordi bilaterali invece permettono di poter abitare in Svizzera ma con un permesso che implica l’obbligo di avere un’assicurazione malattia che vi assicuro risulta essere molto onerosa! L’ospedale dove lavoro non è a carattere universitario, la conseguenza è quella di non avere molte opportunità riguardo all’approfondimento delle svariate patologie che competono il profilo professionale del Tnfp, l’esperienza che ho fatto negli anni di studio e sopratutto di tirocinio mi è quindi risultata molto utile.
Mi occupo prevalentemente di Doppler, in mancanza delle colleghe anche di Eeg (digitali e di lunga durata) e Potenziale Evocati, non eseguiamo invece noi Tecnici le velocità di conduzione, nella struttura è inoltre presente un Laboratorio del Sonno dove opera un Tecnico appositamente formato. Il tempo a disposizione ci permette di poter spiegare bene al pz quale sia il funzionamento dell’esame cui sta per sottoporsi (si lo so che dovrebbe essere la procedura ma vi assicuro che dove lavoravo prima per ovvie ragioni di tempo ciò non era possibile…); oltre a quanto detto è nostro compito convocare i pz e occuparci delle fatturazioni degli esami.
Mi preme segnalarvi che il nostro Diploma non è riconosciuto nella Svizzera italiana, la formazione ad esempio dei Tecnici dedicati all’Eeg è totalmente diversa, consiste in un corso di 12 settimane al quale possono accedere persone che già abbiano eseguito 500 esami Eeg, la sede del corso è a Losanna, quest’ultimo viene inoltre attivato solo con un numero di partecipanti sufficiente.
Ben si comprende come la nostra formazione sia completa, molto ambita, ma a livello di riconoscimento è tutto arenato !! Al momento dell’assunzione l’Ospedale si è visto costretto a non poterlo parificare ad un altro corso di 3 anni come il nostro (es. Tecnici di Radiologia o Fisioterapia) perché manca il riconoscimento che in Svizzera avviene solo ed esclusivamente da parte della Croce Rossa.

Per ulteriori informazioni l’indirizzo email di Annalisa è: Annalisa.Mandelli@eoc.ch

Corsi sanitari: record di richieste

Sono 80mila le domande di iscrizione alle lauree a fronte di 25mila posti disponibili chi consegue il titolo triennale trova lavoro dopo sei.

corsisanitariArea sanitaria: è boom di richieste per l’iscrizione ai corsi di laurea. Le professioni sanitarie (infermieri, ostetriche e tecnici) sono le più gettonate: circa 8omila domande (l’anno scorso non raggiungevano le 76mila) per 25.048 posti. Ma anche medicina e odontoiatria non scherzano. In questo caso i posti a bando sono diminuiti per la razionalizzazione chiesta dagli Ordini come arma contro la disoccupazione e, soprattutto, la sottoccupazione. Ma i giovani non sembrano avere dubbi: sale del 13% il numero delle domande per medicina, da 47mila a oltre 53mila domande per 7.400 posti e del 18% quello delle domande per odontoiatria, da i4mila a i6mila, su 820 posti a bando. E sulla scena fanno il loro ingresso anche due nuove facoltà di medicina a Salerno e Campobasso, che però non hanno aumentato il numero di posti: i loro 115 bandi sono stati detratti dalle Università di Roma, Napoli e Chieti. Il dato emerge dalla rilevazione effettuata dalla Conferenza dei corsi di laurea delle professioni sanitarie, che ogni anno traccia il bilancio delle nuove iscrizioni.
Tuttavia per i medici, secondo la Federazione nazionale degli Ordini, rispetto all’attuale situazione di “pletora”, comincia a farsi strada anche la teoria che l’effetto dell’incrocio di un turnover medio di8mila dottori l’anno con il ridotto numero di medici in formazione, porterà tra il 2014 e il 2026 allaperditadicirca7omila unità, concentrate soprattutto nella medicina generale, che, quindi, dovrà essere del tutto riorganizzata:
Per gli odontoiatri invece sono proprio i rappresentanti ordinistici a lanciare una proposta provocatoria per non, lasciare “senza clienti” molti dentisti: «Da tempo chiediamo – dice Giuseppe Renzo,presidente del la commissione odontoiatri della Fnomceo – di chiudere almeno il 5o% dei corsi di laurea, spesso inadeguati e non in grado di garantire il tirocinio pratico».
Grande richiesta e nessun problema occupazionale, invece, per le 22 professioni sanitarie, che consentono l’accesso al lavoro dopo circa sei mesi dal titolo. Per loro, rispetto allo scorso anno sono aumentati anche i corsi da 443 a 466 (+5%) e le sedi formative da 721 a 789 (+9%).
Le professioni più ambite sono quelle di fisioterapista, con 10 domande per ogni posto a bando,logopedista con nove domande per posto e dietista, con 6,5 domande. Poi, ci sono tecnico di radiologia (5 domande per posto), ostetrica (4), terapista della neuropsicomotricità nell’età evolutiva (3,3) e infermiere pediatrico (3,0). Nella parte “bassa” della classifica restano: tecnico della riabilitazione psichiatrica (2,4) e infermiere, che però per la prima volta raggiunge le due domande per posto. Seguono il tecnico di laboratorio e di fisiopatologia cardiocircolatoria (1,7),l’ortottista e il tecnico della prevenzione (O,5), il podologo (1,3), l’educatore professionale e il terapista occupazionale (1,2), il tecnico di neurofisiopatologia (1,1), quello ortopedico e l’audioprotesista 1. Chiudono la classifica il tecnico audiometrista (0,5) e l’assistente sanitario con appena 0,4 domande per un posto.
«Rispetto allo scorso anno – spiega Angelo Mastrillo, segretario della Conferenza dei corsi di laurea delle professioni sanitarie -resta ancora eccessivo il divario di programmazione tra Regioni e categorie e per quanto riguarda le Università, ci sono ancora dubbi su alcune sedi per le quali il ministero dovrebbe attivare maggiori controlli per autorizzare solo quelle in possesso di tutti i requisiti di idoneità delle strutture, evitando di attivare i corsi con palesi carenze di personale e dei laboratori necessari alle attività minime di tirocinio».

Fonte: Unica.it

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