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Apr 11

Una vita per la Neurofisiologia: Pierangelo Genta

 

Un collega illustre nel campo della Neurofisiologia, Pierangelo Genta, apre la nostra serie di interviste in esclusiva !
Pierangelo GentaPierangelo Genta

 

Diplomato in fisica applicata, poi specializzato in elettronica biomedica, sceglie di diventare Tecnico di Neurofisiopatologia durante il suo percorso universitario, di seguito pubblichiamo un “botta & risposta” con l’autore di questo Blog…

Buongiorno Pierangelo e grazie per aver accettato l’intervista:

Buongiorno a Voi e grazie per questa opportunità.

Per chi ancora non conosce il tuo background, i tuoi studi hanno radici nella fisica e nell’elettronica biomedica, cosa ti ha spinto verso queste discipline ?

In un certo senso una naturale propensione verso la fisica e la matematica e poi una grande curiosità per i fenomeni naturali. Per quanto riguarda l’elettronica medica un interesse per la fisiologia umana anche se non ho mai avuto l’aspirazione a diventare medico.

Poi però scegliesti la scuola per Tecnico di Neurofisiopatologia, cosa puoi dirci di questo percorso di studi successivo ?

Mah, se vogliamo essere sinceri è stato il caso a portarmi nella neurofisiologia: un primario di neurofisiologia chiese al mio docente di fisica una persona che facesse funzionare un calcolatore che era in procinto di acquistare per l’elaborazione dei segnali neurofisiologici. Andai e fui assunto: il computer lo vedrò dopo quindici anni ma fui subito affascinato dalle tecniche neurofisiologiche e poi mi piaceva molto lavorare con i pazienti. Da fisico spostai quindi il mio “universo di misura” verso il quell’organo meraviglioso che è il cervello: allora non c’erano scuole specifiche, per cui dovetti inizialmente fare l’autodidatta a tutto campo, erano i primi anni settanta.

Sei stato per molti anni in servizio presso la Neurofisiopatologia degli Istituti Clinici di Perfezionamento (ICP) dove hai svolto anche attività di ricercatore, che cosa ricordi di quegli anni ?

Per la precisione ho fatto ventotto anni agli ICP. A parte il primario completamente matto, ma matto nel vero senso della parola non un aforisma, ho solo ricordi molto belli. L’ambiente, per me nuovo, era particolarmente stimolante: l’area materno-infantile, la rianimazione, la sala operatoria.

E’ qui che nasce il mio interesse, mai più scemato, per quella che oggi chiamiamo area critica, ma più che altro c’era un gran fervore per l’elettroencefalografia nei vari ambiti, non solo nell’epilettologia ed io avevo una gran voglia di imparare. E’ di quegli anni il gran via vai per l’Italia per partecipare ai congressi, seminari e simposi cercando di spendere il meno possibile con viaggi e pernottamenti al limite della decenza, mi sono comunque divertito tantissimo. Poi  all’inizio degli anni ottanta divenni ricercatore presso l’unità di Neurotossicologia dell’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano dove mi occupavo dell’applicazione delle tecniche neurofisiologiche nei vari ambienti lavorativi con esposizione a sostanze neurotossiche. Anche questo fu un periodo molto bello in tutti i sensi: intellettuale, culturale, lavorativo; ma ciò che ricordo con più piacere è la totale libertà di cui potevo godere: niente orari, niente cartellino da timbrare, un vero spasso. Non posso dire di aver lavorato di meno, anzi, probabilmente faticavo molto di più, ma lo facevo a mia totale discrezione e con grande soddisfazione.

Durante questi anni iniziai a sperimentare l’attività didattica.

Al termine di questa esperienza rientrai nel mio Servizio di provenienza, il primario matto era stato collocato forzatamente in pensione: quindi nuove persone e nuovi medici, di conseguenza nuove esperienze. La seconda metà degli anni ottanta sono dedicati allo studio approfondito dei potenziali evocati. Finalmente nuove apparecchiature, finalmente dei computer degni di questo nome. E arriviamo agli anni novanta, anni che reputo quelli della maturità professionale, dove sono chiamato anche a ruoli di coordinamento.

Hai poi deciso di recarti in Francia per perfezionarti in elettroencefalografia ed epilettologia, parlaci un pò dell’atmosfera francese…

Dal punto di vista professionale il periodo a Marsiglia è stato il più bello in assoluto.

Come dicevo prima, quando ho iniziato non c’erano scuole specifiche e la figura del TNFP praticamente non esisteva, ma la mia voglia di imparare, conoscere e crescere era veramente tanta. Allora non c’era internet e neppure le banche dati da cui attingere informazioni, quindi bisognava accontentarsi di quello che si trovava. Parlando in giro avevo saputo che la migliore scuola di EEG in italia era a Bologna. Andai quindi a Bologna e riuscii a parlare con l’allora direttore prof. Elio Lugaresi che mi descrisse la nascente scuola per TNFP nel suo Istituto, ma se ne sarebbe parlato dopo qualche anno ed io avevo fretta. Mi disse anche che la migliore scuola in assoluto era quella del Prof. H. Gastaut a Marsiglia ma che non era molto facile entrare per le numerose domande. La faccio breve, l’anno dopo ero a Marsiglia. Fu un’esperienza semplicemente fantastica, i tecnici lavoravano veramente spalla a spalla con i medici, la tecnologia era veramente all’avanguardia ma, soprattutto, quello che colpiva era l’insegnamento di Gastaut: era un maestro sublime e illuminato. Si lavorava tanto, fino all’inverosimile, anche dodici-quattordici ore al giorno, ma non pesava affatto perché veramente si imparava. La revisione quasi giornaliera dei tracciati sotto la guida di Gastaut era qualcosa di veramente superbo. Furono anni bellissimi che rimpiango tutt’oggi, visto poi come vanno le cose in Italia. Gastaut è sempre stato un vero Maestro, insegnava sì la neurofisiologia ma insegnava anche l’umiltà del sapere, sapere che poggiava anche sull’ironia e l’autocritica che sono beni inestimabili, era anche un maestro di vita.

Ancora oggi, nel mio infinitamente piccolo, mi rendo conto di essere seduto “sulle spalle di un gigante” che non potrò mai dimenticare.

Sempre di quel periodo, concedetemi una piccola deviazione non pertinente: ho un ricordo molto bello delle donne marsigliesi, un felice connubio di fascino francese e bellezza mediterranea; un autentico piacere che serbo con grande gelosia, specie oggi che sono vecchio.

Ho avuto anche altre esperienze all’estero: a Parigi, in Inghilterra, in Svezia, in Austria, in Polonia, in Olanda; ma il periodo più bello e maggiormente proficuo fu sicuramente quello Marsigliese.

Sei stato per moltissimo tempo membro del direttivo Aitn (l’associazione italiana dei Tecnici di Neurofisiopatologia), nonchè delegato regionale, in che cosa, secondo te, ha contribuito questa associazione alla nostra professione ? Attualmente ci sono lacune che potrebbe colmare dal punto di vista organizzativo ed eventualmente didattico ? 

Si, sono stato socio AITN per trentotto anni e ritengo di aver percorso tutte le principali tappe della crescita della figura del TNFP; sono stato testimone e qualche volta anche parte attiva in tutte le battaglie che l’associazione ha combattuto per il riconoscimento della nostra figura. Ovviamente, tutte queste battaglie sono andate a buon fine grazie al Presidente dell’AITN, Angelo Mastrillo. Senza di lui, probabilmente, il TNFP non sarebbe quello che è oggi. Purtroppo anche per i grandi condottieri arriva il giorno in cui suona la campana, e parafrasando Hemingway non bisogna mai dimenticare che alla domanda “per chi suona la campana” la risposta è una e una sola “non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per Te”. Questo per dire che c’è un termine per tutto. Alla Sua dipartita dall’Associazione si è creata una situazione di non facile gestione per le nuove leve.

Ricordo che l’AITN è un’associazione professionale, deve quindi principalmente tutelare la professione nei suoi aspetti politici, amministrativi e anche didattici. La situazione attuale è, a mio avviso, deludente soprattutto perché non c’è nessuna comunicazione fra il direttivo  e la base dei soci. Al di là di problematiche personali e private su cui nulla si può dire, se il Direttivo non ripristina questi canali comunicativi continuerà a perdere soci, situazione che, mi sembra, non sia particolarmente felice.

Anche sul piano didattico e di aggiornamento, la situazione appare particolarmente precaria: tutto sembra sia demandato al congresso nazionale che avviene una volta l’anno con dei costi, pur contenuti, ma non accessibili a tutti, in particolar modo agli studenti o a quelli, appunto, appena usciti dalla scuola. E se non si vuol tenere conto dei giovani, significa che non si vuole guardare al futuro e quindi si diventa perdenti per definizione.

Torniamo al tuo percorso lavorativo, gli anni 2000 arrivi all’Ospedale Niguarda di Milano a fianco del Prof.Carlo Alberto Defanti, che cosa hai trovato nella Neurofisiopatologia più grande e complessa d’Italia ?

L’Ospedale Niguarda è uno dei più grandi ospedali nazionali dove sono rappresentate tutte, sottolineo tutte, le specialità mediche; quindi un’istituzione medica particolarmente variegata professionalmente parlando. La chiamata di Defanti a Niguarda mi ha fatto entrare in una dimensione assolutamente nuova per me. Al di là di tutti i vantaggi che ho ricevuto sicuramente quello che più mi ha appagato è stato quello di poter lavorare “veramente” nell’area critica che, poi, era un po’ il mio sogno. Ho quindi consolidato enormemente le mie conoscenze in questo ambito particolare.

Non posso però dimenticare che la chiamata di Defanti era anche rivolta a problemi gestionali organizzativi. Ho cercato di dare il meglio, spero di essere riuscito, sicuramente facendo anche errori: non so, saranno altri a giudicare il mio operato. Certo con l’amicizia di Defanti, che datava dagli anni 70, le cose erano più semplici. Poi Lui se ne è andato ed io ho dovuto sbrigarmela da solo, praticamente senza l’appoggio di nessuno. Ho dovuto quindi trattare sia con l’alta dirigenza che con la bassa dirigenza assolutamente da solo, posso assicurare che la cosa non è stata facile e, purtroppo, a volte, non è stata nemmeno compresa. Comunque, nessun rimpianto, non è nel mio stile: so solo di avere fatto sempre il mio dovere verso colleghi e superiori, lavorando per il Servizio.

Che altro dire ? Certo la neurofisiopatologia è una delle più grandi e complesse d’Italia, ci si lavora discretamente grazie anche al personale impiegato. Un unico rammarico, se oggi la neurofisiopatologia di Niguarda è in grado di fare 100 dispiace constatare che potrebbe fare 1000; ha infatti enormi potenzialità che vengono in parte soffocate dalla burocrazia e dalla routine, in parte … La rimanente parte è da imputare ad una più efficiente gestione delle risorse e ad un miglior interscambio con altre realtà analoghe: è inutile raccontarcela, se non c’è comunicazione non c’è crescita. Non serve rimanere chiusi nella propria “cuccia calda” guardandosi allo specchio e dicendosi quanto si è bravi. Così non si cresce, è nel confronto che c’è crescita, è nella diversità che si progredisce.

Tutor e Professore nel Corso di Laurea per Tecnico di Neurofisiopatologia, cosa puoi dirci dell’attuale piano di studi ma anche degli studenti che incontri durante le lezioni ?

L’attuale piano di studi per quanto concerne l’Università di Milano è, a mio parere, decisamente buono; è migliorato tantissimo da quando sono entrati nel corpo docenti anche i TNFP, professionalizzando così il corso di laurea. L’idea inoltre di effettuare i tirocini in più sedi ospedaliere è sicuramente vincente: dà la possibilità allo studente di apprendere metodiche in maniera variegata, critica e costruttiva.

A mio modo di vedere gli studenti sono semplicemente fantastici: a parte rarissime eccezioni, fisiologiche direi, sono giovani fortemente motivati, con un grande entusiasmo nell’apprendimento e che esprimono una sana curiosità. Ovviamente queste belle caratteristiche spingono il docente ad essere “sempre sul pezzo”: quindi aggiornamento costante e capacità a sollevare critiche e commenti al fine di “costruire” questa bella professione.

Mi è sempre piaciuto insegnare nel vero senso del termine, cioè quello di trasmettere ad altri il nostro sapere e la nostra esperienza, anche se questo costa impegno e sacrificio: sono veramente debitore verso i miei studenti.

Hai espresso più volte la tua contrarietà all’attuale sistema di reclutamento dei tecnici, parlo dei concorsi pubblici, sei sempre convinto che sia un sistema inutile e perchè ?

Non ho assolutamente cambiato opinione ! Sono profondamente contrario all’attuale sistema concorsuale. Il motivo ? Semplice, non è un sistema premiante e neppure logico dal punto di vista lavorativo.

Nella mia carriera ho fatto il commissario in una trentina di concorsi in tutta Italia e in tanti ospedali: ne ho fatti pochi perché in genere poi nessuno mi richiamava, in quanto sono sempre stato un “non collaborativo”. Ho sempre cercato di essere onesto e non accondiscendere a strani “giochetti”. Su questo sono abbastanza rigido.

Ma perché mai dovrei accettare nella mia unità lavorativa un incompetente, fannullone e perdigiorno solo perché raccomandato. Mi dispiace, ma non ci sto !

Attualmente ricopri la carica di Consigliere nella Sinc (Società Italiana di Neurofisiologia Clinica) che durante gli ultimi verbali ha espresso molto interesse al coinvolgimento di noi Tecnici di Neurofisiopatologia nell’associazione, cosa ne pensi ?

La SINC è una Società Scientifica e finalmente negli ultimi anni ha visto nei TNFP un’opportunità notevole. Ha iniziato a guardare ai Tecnici come a figure che posso crescere e svilupparsi veramente a fianco dei Medici. Ecco perché da tempo ha attivato percorsi di formazione anche per noi tecnici. Lo dimostra anche il fatto che una giornata del Congresso Nazionale della Società è dedicata all’aggiornamento dei tecnici con argomenti particolarmente interessanti e innovativi.

La mia entrata nel Consiglio Direttivo è un’ulteriore conferma di questa apertura: sono onorato di questa carica che mi vede a confronto con i più grossi nomi della neurofisiologia italiana in maniera assolutamente paritetica. Sono vecchio e la mia entrata è sicuramente un’apripista, dopo di me verranno altri, è un discorso iniziato da poco, ma quello che mi rassicura è che continuerà nei prossimi anni per un ulteriore sviluppo della nostra professionalità. Un grazie a quelle personalità illuminate della SINC che hanno creduto e credono in me.

Come sarà il Tecnico del futuro ?

Bellissimo, nuove tecnologie si affacciano all’orizzonte, nuove collaborazioni si stanno aprendo per una visione migliore della diagnostica neurofisiologica con l’obiettivo di una Sanità sempre più efficace per i pazienti e le loro patologie. Nuovi progressi si vedranno principalmente nell’ambito del sistema nervoso centrale, basta scorrere la letteratura internazionale per farsi un’idea chiara: integrazione con le neuroimmagini sempre più stretta, supporto della Neurofisica ai modelli di comprensione dell’encefalo, lo sviluppo imponente di quel capitolo che riguarda le alterazioni della coscienza. Il ruolo del TNFP sarà sempre più determinante.

Certo, rimane, purtroppo, il discorso dolente delle assunzioni che dipende ancora dalla gestione farraginosa della pubblica amministrazione. E’ una questione politica, in cui noi possiamo fare molto poco, ma sono fiducioso.

Un saluto per congedarti e ringraziarti per aver concesso quest’intervista…

Un grazie a Voi per avermi concesso il privilegio di esporre liberamente le mie idee, grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi e spero che le mie parole sia di qualche utilità almeno ad alcuni colleghi.

Concedetemi di congedarmi da Voi leggendovi un piccolo dialogo che trovai in gioventù (non so di chi sia) e che non mi ha mai abbandonato ….

Figlio: Se tutto questo é vero, perché si continua ancora a studiare, Papà?

Padre: Per sapere di più.

Figlio: Per andare al nocciolo dei problemi?

Padre: No. Per andare verso la buccia. Più cose sai, infatti, più aumenta il numero delle cose che capisci di non sapere ancora e di quello che capisci non saprai mai.

Figlio: Come succedeva ad Ulisse?

Padre: Perché?

Figlio: Tornato ad Itaca, dopo averla tanto sospirata, non ci volle restare. Anche dopo, quando se ne andò fino alle colonne d’Ercole e non tornò mai più.

Non avevo capito perché se n’era partito così, anche se l’idea di Ulisse che parte di nuovo mi piaceva molto. Adesso capisco, invece.

Padre: Cosa?

Figlio: Che Nicoletta, studiando, fa il viaggio di Ulisse.

Che il viaggio che fai tu studiando cose diverse é un viaggio molto simile.

Che anch’io ne farò uno simile, ….. forse, …….. se avrò il coraggio di perdermi dentro un mare di suoni.

Che il viaggio é faticoso e che non gli si può dedicare tutta la vita.

Che molti di quelli che rinunciano al viaggio si annoiano, Papà, anche se riescono ad avere un’aria soddisfatta e ben pasciuta.

Che chi viaggia è solo.

Che può essere molto bello avere un viaggio da raccontare quando ci si incontra.

 

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