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Bad Kissingen è la città del sonno…

Bad Kissingen è una cittadina della baviera tedesca di 24mila abitanti, dove si sta svolgendo un particolare esperimento sulle abitudini del sonno. Un team di scienziati guidati dal neuropsicologo Thomas Kantermann, sta monitorando le abitudini e i ritmi sonno-veglia di tutti gli abitanti. I residenti indosseranno dei dispositivi con sofisticate applicazioni in grado di monitorare il sonno in relazione a delle variabili quali:
-lavoro
-esercizio fisico
-dieta
-umore
-uso di smartphone
-attività sociali, etc.
L’obiettivo è quello di farsi un’idea delle interazioni esistenti tra cronobiologia e società, in maniera da poter realizzare innovative soluzioni direttamente applicabili per i disturbi del sonno.
I dati e i risultati raccolti avranno un notevole valore scientifico per il fatto che coinvolgono numerose persone, in questo modo potranno emergere gli effetti degli orari di entrata a scuola o in ufficio sul sonno, oppure si potranno ottimizzare gli orari per somministrare farmaci ai pazienti. Si potranno creare delle sveglie “soft”, oppure un sistema che controlli tutte le luci delle strade al tramonto, per far meglio combaciare gli orari della giornata con quelli dell’organismo, ripristinare quindi i ritmi circadiani delle persone, che oggi, nella società moderna e ultra veloce, sono stati completamente stravolti.

Bad-Kissingen

Importante pubblicazione Italiana sulla rivista Epilepsia

L’articolo parla di molecole in grado di controllare gli attacchi epilettici, scoperta a cui sono giunti studiosi italiani grazie a un finanziamento del Ministero della Salute coordinati dal prof. Giuseppe Biagini del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze, e realizzata grazie all’attività clinica del dott. Stefano Meletti, responsabile del Centro per le Epilessie del Dipartimento di Neuroscienze diretto dal prof. Paolo Frigio Nichelli dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, e dal dott. Tommaso Trenti, direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio ed Anatomia Patologica Ausl Modena.
Lo studio potrebbe costituire motivo per adottare nuove terapie mirate alla cura dello stato di male epilettico, grazie alla disponibilità di farmaci steroidei che fungono da precursori delle molecole che sono risultate diminuite in questa grave patologia neurologica.
La diminuzione riguarda la famiglia dei neurosteroidi ossia molecole anticonvulsivanti prodotte dal tessuto cerebrale (allopregnanolone, pregnanolone e pregnenolone solfato).
La riduzione degli steroidi allopregnanolone e pregnanolone potrebbe costituire un evento preesistente allo stato di male epilettico e, forse, contribuire alla sua insorgenza.

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PhD al ricercatore del Neuromed che studia le assenze in epilessia

Il dottorato di ricerca (PhD) arriva dopo anni di lavoro scentifico, in questo caso un giovane ricercatore dell’IRCSS Neuromed di Pozzilli, il Dr. Valerio D’Amore, lo ha conseguito nella prestigiosa Radboud Universiteit (istituzione olandese che ha sede nella città di Nijmegen). La sua tesi di dottorato è interessante perchè incentrata sulle assenze epilettiche, condizione che colpisce molti bambini di cui il 20% non risponde alla cura.
Il lavoro del ricercatore, riguarda la possibilità di agire sui recettori metabotropici per il glutammato (mGlu). Il glutammato è ben conosciuto come uno dei neurotrasmettitori, cioè sostanze che consentono la comunicazione tra una cellula nervosa e l’altra. La ricezione di questa comunicazione è affidata a proteine presenti sulla membrana cellulare capaci di “catturare” la particolare molecola e “trasmettere” il suo messaggio, modificando il comportamento della cellula a cui appartengono.
Grazie alla collaborazione tra Neuromed e l’Università di Nijmegen – dice D’amore, che fa parte dell’Unità di Neurofarmacologia diretta dal Professor Ferdinando Nicoletti – ho avuto la possibilità di lavorare su modelli animali di assenze epilettiche, nei quali viene riprodotta la stessa sindrome che vediamo nell’uomo. Sappiamo che i recettori metabotropici per il glutammato sono coinvolti in quella patologia, quindi abbiamo testato nuove molecole farmacologiche sul modello animale, e abbiamo potuto constatare già dal primo esperimento che con questo approccio le crisi epilettiche negli animali sono state ridotte. Successivamente un secondo esperimento ci ha permesso di vedere che questi nuovi farmaci, non portavano a sviluppare tolleranza, e non causavano effetti collaterali. Infine, abbiamo sperimentato una combinazione tra le nuove molecole e farmaci già comunemente usati per questa patologia. Non solo l’effetto è stato potenziato, ma è risultato più duraturo nel tempo”. Agire sugli mGlu, quindi, rappresenta una strada molto promettente per una sindrome che colpisce pesantemente la qualità di vita dei giovani, influenzando spesso la loro vita di relazione e il loro successo scolastico.

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Rhapsody in grey, una crisi epilettica si trasforma in musica

Questo splendido video è reso possibile tramite un processo di elaborazione dati sull’EEG di una crisi epilettica di una bambina, Rhapsody in Grey vi permette di ascoltare l’attività cerebrale registrata prima, durante e dopo l’attacco epilettico, consentendo ai neuroni cerebrali di produrre sequenze ritmiche in base all’attività del momento.

Il Meyer inizia l’utilizzo del Robot in Neurochirurgia Funzionale

La novità riguarda gli interventi di epilessia farmacoresistente con cui il Centro di Eccellenza di Neurochirurgia diretto dal Dr Lorenzo Genitori ha iniziato le applicazioni robotiche con un intervento complesso di Stereoelettroencefalografia (SEEG) in modo rapido e sicuro: 7 elettrodi intracerebrali applicati in meno della metà del tempo che avrebbe richiesto un casco stereotassico tradizionale. A condurlo è stato il neurochirurgo Flavio Giordano, coadiuvato dai colleghi Regina Mura, Barbara Spacca e Massimiliano Sanzo, in collaborazione con l’équipe del Centro di Eccellenza di Neuroscienze diretto dal prof Renzo Guerrini: i neurologi Carmen Barba e Federico Melani. La Fondazione Meyer, con un impegno economico di 700 mila euro, ha rinnovato le dotazioni tecnologiche del blocco operatorio, donando il robot neurochirurgico, un nuovo sistema di neuronavigazione e un sistema di monitoraggio e stimolazione neurofisiologica.
Queste apparecchiature hanno permesso il posizionamento degli elettrodi in aree eloquenti del cervello, che presiedono al linguaggio e al movimento, consentendo alla registrazione SEEG di definire l’esatta localizzazione dell’area epilettogena su cui intervenire e delle aree da risparmiare nell’intervento neurochirurgico.
Già nella sua prima applicazione – spiega Flavio Giordano – il robot ha consentito di realizzare un intervento molto complesso in modo più agevole, e con maggiore precisione e accuratezza. Riguardo alle altre possibili applicazioni, il robot consente di effettuare un ampio spettro di procedure neurochirurgiche funzionali come l’impianto di elettrodi per la stimolazione cerebrale profonda (DBS), ma anche procedure neuroendoscopiche, biopsie cerebrali e molte altre applicazioni cliniche e di ricerca”. “Le frontiere della tecnologia medica si spostano sempre avanti e pongono sfide sempre più impegnative – è il commento dell’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi – utilizzando il robot stereotassico in neurochirurgia, il Meyer raccoglie la sfida e si colloca in un panorama internazionale per la chirurgia dell’epilessia“.

L'equipe del MeyerIl robot stereotassico Neuromate Renishaw® è un esempio di apparecchiatura elettromedicale avanzata, in cui la meccanica di altissima precisione e l’elettronica di ultima generazione sono state fuse insieme per realizzare un sistema di assistenza al neurochirurgo fondamentale: un braccio guidato da un sofisticato sistema permette il posizionamento e l’esecuzione di interventi neurochirurgici di altissima precisione. Grazie al software è possibile, attraverso l’esecuzione di esami TC e RM dedicati, elaborati da Claudio Defilippi, primario della Radiologia, dal neuroradiologo, il prof Mario Mascalchi e dal dottor Daniele Di Feo, Coordinatore Tecnici Radiologia, realizzare ricostruzioni tridimensionali precise dell’encefalo del paziente e calcolare con la massima precisione la traiettoria che gli strumenti del neurochirurgo dovranno percorrere e poi, durante l’intervento, rispettare tutta la pianificazione con la massima precisione sub-millimetrica. Utilizzando il robot stereotassico in sala operatoria il neurochirurgo ha la possibilità di intervenire in punti precisi, anche profondi, con precisione, migliorando la sicurezza degli interventi.
In ultimo la donazione dell’innovativo sistema di monitoraggio intraoperatorio e stimolazione neurofisiologica “Caldwell Cascade Elite” costituisce, la terza apparecchiatura importante per l’attività neurochirurgica. Con questo sistema di monitoraggio dei parametri neurofisiologici a 32 canali, robusto ma al tempo stesso compatto e posizionabile vicino al paziente anche nei pressi del tavolo operatorio, dotato di software facilmente utilizzabile, mette in grado di registrare durante gli interventi operatori potenziali evocati ed EEG, e di monitorare i parametri neurofisiologici anche a distanza, al di fuori della sala chirurgica, con l’ausilio dei Neurologi e dei Neurofisiologi del Centro di Eccellenza in Neuroscienze. Le sue applicazioni includono la chirurgia dei tumori e delle malformazioni spinali, la chirurgia della base cranica e del nervo faciale, la chirurgia della scoliosi, e la chirurgia funzionale per la terapia della spasticità (rizotomie e neurotomie).

Il robot stereotassico Neuromate Renishaw®

 

Fonte: Ufficio Stampa AOU Meyer

Scienziati di Verona leader mondiali nella ricerca

Il riconoscimento internazionale riguarda un team di scienziati dell’università di Verona coordinato da Gianluigi Zanusso e Salvatore Monaco docenti di Neurologia del dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento, che hanno pubblicato sulla rivista Nature Reviews Neurology un lavoro relativo ai test diagnostici più avanzati nella malattia di Creutzfeldt-Jakob.
La recente pubblicazione era stata preceduta, nell’agosto 2014, da quella del New England Journal of Medicine sull’utilizzo del brushing nasale nella diagnosi della Malattia di Creutzfedlt-Jakob, metodo che ha aperto nuove possibilità nella diagnostica in vita di questa malattia fatale.
Il team di scienziati veronesi studia da anni le cosiddette encefalopatie spongiformi, conosciute anche come malattie da prioni, ossia un gruppo di patologie neurodegenerative a evoluzione fatale che colpiscono sia l’uomo che gli animali.
Nell’uomo, la malattia più frequente è la malattia di Creutzfeldt-Jakob sporadica, una patologia neurodegenerativa a rapida evoluzione che porta a morte in pochi mesi e che, a oggi, non ha nessuna cura.
L’agente patogeno delle malattie da prioni – spiegano gli scienziati – è una proteina patologica dotata di infettività denominato prione. Quest’ultimo rappresenta la forma patologica di una proteina prionica normale espressa in diversi tessuti (tessuto linfatico, muscolo, rene, fegato etc…), ma principalmente nel tessuto nervoso. L’aspetto innovativo dei nuovi test diagnostici consiste nell’identificare il prione nel liquido cerebrospinale o nella mucosa olfattoria del paziente in vita permettendo una diagnosi di Malattia di Creutzfedlt-Jakob con una sensibilità e specificità del 100%. Per questa ragione, in presenza di un test al prione negativo possiamo indirizzare l’iter diagnostico verso altre malattie neurologiche, potenzialmente curabili.” Utilizzando questi test di nuova generazione il team veronese sta lavorando per estenderne l’ applicazione anche ad altre malattie neurodegenerative.

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L’Ospedale di Legnano eccellenza nel monitoraggio intraoperatorio

Il Monitoraggio Intraoperatorio (IOM) è una pratica che vede coinvolti in sala operatoria il neurologo e il tecnico di neurofisiopatologia accanto al neurochirurgo, all’Ospedale di Legnano la procedura è iniziata da più di 20 anni dalla dr.ssa Patrizia Perrone, primario di Neurologia, dal 2008 è diventata una pratica di routine, consentendo una prognosi in tempo reale per evitare lesioni durante gli interventi neurochirurgici.
Negli interventi complessi, come quelli neurochirurgici, i rischi di danni motori sono reali, per questo motivo mettere in sicurezza il paziente deve necessariamente passare dal monitoraggio intraoperatorio; tramite elettrodi ad ago, il tecnico di neurofisiopatologia in affiancamento al neurologo, controlla sul monitor le tracce rilevate attraverso la stimolazione elettrica. Accanto alla dott.ssa Perrone, a parlare del funzionamento del monitoraggio anche Lucia Politini e Luca Chiveri, i neurologi alla guida dell’equipe che raggruppa anche tecnici di neurofisiopatologia e anestetisti. «Grazie a questo strumento, donato privatamente all’ospedale nel 2008 al dott. Tonnarelli (allora primario), si cerca di ridurre il rischio di danno chirurgico consentendo a chi opera la massima precisione durante l’intervento, ma soprattutto la massima sicurezza del paziente» spiega la dott.ssa Perrone. In pratica, si cerca di tenere sotto controllo il malato per identificare la via chirurgica più sicura, monitorando la funzionalità di alcune strutture anatomiche che potrebbero venire compromesse, come la via motoria primaria che dalla corteccia cerebrale va al midollo e ai muscoli degli arti, la via sensitiva e l’attività corticale, oltre all’apparato sfinterico. I sistemi usati per il monitoraggio sono i MEP (potenziali evocati motori), i SEP (potenziali evocati sensitivi) e l’EEG (Elettroencefalogramma).
Due le metodiche che recentemente sono state introdotte nel monitoraggio intraoperatorio: il mappaggio delle viti peduncolari nella patologia della colonna vertebrale e le tecniche per l’awake surgery, importante quest’ultima per i pazienti con lesioni vicine all’area del linguaggio, per cui nell’intervento si chiede all’operato, momentaneamente cosciente, di rispondere a semplici ordini. Il chirurgo in questo modo stimola con la corrente la zona determinata da preservare e la delimita per non andare a intervenire proprio in quel punto.
Da 2010 sono 500 i monitoraggi eseguiti, soprattutto in Neurochirurgia ma anche in Ortopedia: il successo in ognuno di questi si è potuto constatare nel post-operatorio, ma non solo. L’ospedale di Legnano si colloca tra i pochi centri ad utilizzare la tecnica ad alto livello (insieme a Bergamo, Verona, Torino, Firenze, Udine e Genova) e proprio i neurologi del nosocomio cittadino vengono chiamati fuori sede per insegnare a praticare il monitoraggio. Un riconoscimento nazionale inoltre riempie di soddisfazione il primario di Neurologia e direttore del dipartimento di Neuroscienze ASST Ovest.

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Arriva la metodica Stereo EEG a Siena

Un impianto di elettrodi intracerebrali sono stati applicati con la cosiddetta metodica “stereotassica” per la prima volta in Toscana nell’ambito della diagnostica della chirurgia dell’epilessia al Policlinico Universitario delle Scotte di Siena. L’intervento è stato possibile con la collaborazione tra le unita’ operative di Neurologia-Neurofisiologia Clinica e Neurochirurgia. Il neurologo Giampaolo Vatti del Centro di chirurgia dell’epilessia dell’azienda ospedaliera universitaria spiega “la donna sottoposta all’intervento e’ affetta da epilessia focale farmaco-resistente nella quale il video-monitoraggio standard mediante elettrodi applicati sullo scalpo non ha permesso di identificare, con precisione, l’area corticale d’esordio delle crisi” . Visto il quadro clinico Vatti sottolinea che “si e’ reso necessario il ricorso all’applicazione di elettrodi intracerebrali, per evidenziare con certezza l’esordio della scarica epilettica in previsione dell’intervento di resezione della zona epilettogena, che verra’ effettuato in un secondo tempo sulla base dei risultati ottenuti“.
Presso il centro di chirurgia dell’epilessia, nato nel 2000 con il neurologo Raffaele Rocchi e il neurochirurgo Aldo Mariottini, insieme allo stesso Vatti, sono state effettuate in passato procedure diagnostiche di localizzazione mediante applicazione di elettrodi subdurali ma questa è la prima volta che viene utilizzata questa particolare tecnica invasiva.

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Il ruolo del talamo nel sonno profondo

Una ricerca effettuata su un paziente affetto da Insonnia Fatale Familiare (FFI), e coordinata dal professore Angelo Gemignani, è stata condotta in collaborazione con l’Università di Bologna e con i ricercatori dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna, ha messo per la prima volta in luce il ruolo del talamo nell’attivazione dell’indispensabile fase del ‘sonno profondo’.

L’Insonnia Fatale Familiare è una rara patologia ereditaria legata a un eccessivo accumulo di proteina prionica nei nuclei anteriore e medio-dorsale del talamo che conduce a una lesione talamica selettiva. La malattia si manifesta con un’insonnia gravissima e conduce normalmente alla morte entro un paio d’anni. Nel caso di un paziente affetto da FFI – un italiano la cui storia è stata recentemente raccontata in un lungo reportage della BBC – si presentava una drammatica riduzione delle oscillazioni lente del sonno e dei ‘fusi’ del sonno (vale a dire quelle onde elettromagnetiche che inibiscono l’elaborazione di informazioni non necessarie durante il riposo). L’assenza di fusi nella fase di attività neuronale dell’oscillazione lenta, esprime un’alterazione delle funzioni mnesiche del sonno, mentre alterazioni della fase di silenzio elettrico e sinaptico compromettono sia il mantenimento del sonno che l’assenza di coscienza.

Sono anni che ci occupiamo di psicofisiologia del sonno – ha spiegato Angelo Gemignani – e il caso di questo paziente ha consentito di verificare un’ipotesi formulata nel modello animale e di capire meccanismi generali relativi al sonno che potranno permettere di creare nuove strategie terapeutiche sia nell’ambito della sofferenza psicologica che nel campo delle patologie neurodegenerative”.

insonnia fatale familiare

Snoring Care e non russi più…

Nexsense è una startup israeliana che ha sviluppato un dispositivo per trattare russamento e apnee del sonno. Questo dispositivo si indossa come un orologio da polso, una unità di comando è invece posizionata sotto il cuscino come spiega chiaramente il video del prodotto, grazie a questa innovativa tecnologia il paziente smette di russare senza essere svegliato e senza svegliare il partner.
L’amministratore delegato Mr.Bary Molchadsky, sottolinea: “…l’azienda ha sviluppato un prodotto rivoluzionario che risolve un problema che colpisce un terzo della popolazione adulta mondiale. Il prodotto è basato su una tecnologia innovativa brevettata, che abbiamo sviluppato insieme alla General Electric. Nei prossimi anni, il nostro obiettivo potrebbe raggiungere il 3% del mercato mondiale che riguarda i disturbi del sonno, tra cui il russare e le apnee del sonno. Abbiamo in programma sforzi di cooperazione e negoziazione con le maggiori società di distribuzione in tutto il mondo per poter commercializzare i nostri prodotti in tutto il mondo.

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