Tnfp lavoro e raccomandazioni una piaga da estirpare…

La raccomandazione è un’azione che favorisce un soggetto, nell’ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, quella cioè di indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto sponsor, il quale esercita un’influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato. Le vicende più evidenti sono:

concorsi pubblici
procedure di selezione del personale
procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi
esami universitari o di abilitazione professionale

Ma quali sono le tipologie di raccomandato ?

Esplicito – lo “sponsor” indirizza una semplice segnalazione a chi è coinvolto nella procedura di valutazione; es: “ti faccio il nome di….“.

Implicito – il soggetto valutato è legato allo “sponsor” da un rapporto di amicizia, parentela (nepotismo), appartenenza politica, esperienze pregresse, influenzando il processo di valutazione (nb. questa è una categoria molto pericolosa, in sede di valutazione il soggetto si presenta già con una sorta di aura che lo circonda rispetto ai comuni candidati…).

In Italia la raccomandazione viene anche detta “spintarella“, di cui quella a “scavalco” è la più lampante: i candidati vengono inseriti in una graduatoria, in quanto competono per l’accesso a opportunità di numero limitato (ad esempio l’assunzione in un ente ospedaliero). In questo caso, la raccomandazione, oltre a danneggiare il sistema sociale sfavorendo la selezione dei più meritevoli e capaci, danneggia direttamente i valutandi non raccomandati. Quando la raccomandazione ha buon esito e il canditato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall’ex “sponsor” un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall’accesso. La raccomandazione danneggia meritocrazia ed efficienza, che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni, talvolta chi raccomanda, se in una posizione molto influente (si pensi ad esempio ad un Primario Ospedalierio) può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui ad hoc per esaudire le necessità di un particolare candidato.
Purtroppo nel settore pubblico tra leggi errate, conflitti tra leggi regionali e statali, può essere molto difficile l’accesso al posto di lavoro da parte del candidato avente i requisiti necessari. I cavilli legali, la lunghezza delle pratiche da espletare, possono creare così una competizione al ribasso che spinga un dirigente poco onesto a risolvere i problemi occupazionali di un candidato particolare piuttosto che di un altro in possesso di titoli uguali o maggiori del favorito. In altri termini la pratica della raccomandazione oltre a sfavorire la meritocrazia e l’efficienza crea un danno morale ed esistenziale per chi invece ne è vittima. Per tutti questi aspetti, le raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale, incentivando l’inefficienza, gli sprechi e l’illegalità
nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un’atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio da parte dei giovani.
Questo “cancro” toglie così un posto di lavoro ad un altro giovane che sente propria quella professione e che la svolgerebbe con passione.
La raccomandazione è un furto di merito ma anche un furto di vita, perché i giovani che si vedono superare sono costretti a rimandare di anni la costruzione del loro futuro, perdono dignità e stima in se stessi, convincendosi di non valere nulla, quando invece è vero il contrario.
Viviamo in un paese di caste, rigido come nel medioevo, il trend delle raccomandazioni è in aumento, i posti di lavoro diminuiscono e quei pochi rischiano di andare ai più furbi, secondo la regola perversa che privilegia la qualità dell’appoggio alla professionalità.
Il rettore della Luiss Pier Luigi Celli, ha recentemente attaccato l’assenza di meritocrazia: «quando un ragazzo trova lavoro grazie alla famiglia, difficilmente è un fuoriclasse. E un mediocre che si siede alla sua scrivania, sapete che fa? Punta a quella del suo capo e si convince di poter fare carriera. Alla fine ci riesce. Che vantaggio sarebbe questo, per l’azienda? Nessuno, solo un danno». Danno per l’impresa e per il Paese, che diventa meno competitivo rispetto agli altri. «Ogni inserimento di soggetti non competenti toglie la possibilità di assumere persone qualificate e questo genera una spirale negativa», poi continua «quando ricevo una telefonata di raccomandazioni», ride Celli, «mi dico: un colloquio non si nega nessuno. Ma poi non lo assumo….».

Cosa sente chi è in coma?

Prime applicazioni cliniche di una macchina in grado di misurare la coscienza dei pazienti in stato vegetativo. L’ideatore italiano: “La vera sfida è promuovere il risveglio

Tra il coma e la morte cerebrale si estende una zona d’ombra dove la medicina va a tentoni. Un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non risponde agli stimoli, è cosciente oppure no? Può sentire quello che gli viene detto? Comprende ciò che gli succede intorno o è solo un’illusione indotta dal battito delle ciglia? Sono interrogativi angoscianti che possono affliggere parenti e amici, per anni, ponendo talvolta di fronte a scelte estreme. Ora, una nuova ricerca accende un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione.
La tecnica, sperimentata dal gruppo guidato da Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’università degli Studi di Milano assieme ai colleghi del Coma Science Group dell’Université de Liège, in Belgio, ha permesso ai ricercatori di distinguere su 17 pazienti con gravi lesioni cerebrali, chi aveva recuperato un livello minimo di coscienza, pur non riuscendo a comunicare con il mondo circostante. “ Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia”, spiega Massimini: “ Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase Rem, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.

È una delle primissime applicazioni cliniche del cosiddetto coscienziometro di cui vi avevamo parlato, una macchina che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, consentendo di misurare in maniera non invasiva le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza, secondo la teoria dell’informazione integrata. “ In una persona sveglia, lo stimolo di un’area cerebrale, non importa quale, si propaga in un tempo brevissimo ad altre aree neuronali. È evidente: in pochi millisecondi tutta la corteccia si accende”, chiarisce Massimini: “ Al contrario, quando si ripete l’esperimento in un soggetto non cosciente, per esempio sotto anestesia o durante il sonno non Rem, l’impulso magnetico genera solo una risposta nell’area stimolata: il cervello sembra disconnesso. Come se fosse fatto di isole separate tra loro, senza ponti di connessione”.

Ecco quindi che il metodo, dopo anni di analisi in condizioni reversibili e controllabili, è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel limbo in cui la diagnosi è un terno al lotto. L’errore diagnostico è stimato intorno al 40 per cento dei casi. I risultati, descritti sulla rivista Brain, indicano chiaramente che “ i pazienti in stato vegetativo mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali, nonostante appaiano svegli. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è”, continua lo scienziato.
È un passo importante. Ma è solo il primo. “ Ora gli studi proseguiranno su larga scala, coinvolgendo tre strutture come l’ Ospedale Niguarda di Milano, che riceve pazienti in coma, in fase acuta, la clinica Don Gnocchi, per la lungodegenza di pazienti in stato vegetativo, e il Centro europeo per il coma di Liegi”, racconta Massimini. La speranza degli scienziati non è, meramente, poter distinguere i casi in cui sussiste coscienza da quelli in cui la coscienza non è riemersa. Sarebbe un traguardo affascinante, emotivamente forte, ma tutto sommato fine a se stesso. La vera sfida infatti è un’altra: “ Vogliamo capire i meccanismi cerebrali che scattano nel recupero della coscienza, cosa innesca la connessione tra i neuroni e cosa, invece, la stacca. Perché così potremmo forse stimolare gli stessi meccanismi e promuovere il recupero cognitivo”. Il risveglio dal baratro dello stato vegetativo: è questo il sogno, lontano, forse irraggiungibile, che s’insegue. Il coscienziometro potrebbe essere la chiave.

By Daniela Cipolloni – http://daily.wired.it/

Riprodotto su licenza Creative Commons http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/ 

Riconoscimento dell’equivalenza – ai diplomi universitari dell’area sanitaria – dei titoli del pregresso ordinamento

A decorrere dall’anno 2012 saranno emanati – da parte di tutte le Regioni – gli avvisi pubblici riportanti le modalità con cui gli interessati potranno inoltrare la domanda per il riconoscimento dell’equivalenza del titolo posseduto ai titoli universitari dell’area sanitaria.

Chi NON deve presentare la domanda

Chi è in possesso di un titolo che è già stato dichiarato equipollente ai diplomi universitari (delle Professioni Sanitarie) dai decreti del Ministero della Sanità emanati nell’anno 2000, non deve presentare alcuna domanda.

Chi DEVE presentare la domanda

Il riconoscimento dell’equivalenza riguarda esclusivamente quei titoli del pregresso ordinamento che non sono stati dichiarati equipollenti ai diplomi universitari delle Professioni Sanitarie dai decreti del Ministero della Sanità emanati nell’anno 2000.

La normativa

Elenco Decreti ministeriali istitutivi profilo professioni sanitarie http://www.salute.gov.it/professioniSan … a=italiano

Decreto del Ministero della Sanità anno 2000 riguardante il Tecnico di Neurofisiopatologia
TECNICO DI NEUROFISIOPATOLOGIA D.M. 27 luglio 2000 – G.U. n. 195 del 22.08.2000

Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 26 luglio 2011 Criteri e modalità per il riconoscimento dell’equivalenza ai diplomi universitari dell’area sanitaria dei titoli del pregresso ordinamento, in attuazione dell’articolo 4, comma 2, della legge 26 febbraio 1999, n. 42. (11A10956) (G.U. Serie Generale n. 191 del 18 agosto 2011) http://www.normativasanitaria.it/jsp/dettaglio.jsp?id=39556

Le date di avvio

L’avvio del procedimento con riferimento ai diversi gruppi di Professioni Sanitarie, di cui al D.M. 29 marzo 2001, avverrà nei seguenti termini:

Da Gennaio 2012

Tecnico audiometrista, Tecnico sanitario di laboratorio biomedico, Tecnico sanitario di radiologia medica, Tecnico di neurofisiopatologia, Tecnico ortopedico, Tecnico audioprotesista, Tecnico della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, Igienista dentale e Dietista.

Ogni Regione emanerà uno o più avvisi pubblici, raccoglierà le istanze, verificherà la presenza di tutti gli elementi essenziali richiesti, ed entro 100 giorni dal ricevimento delle domande invierà tutta la documentazione al Ministero della Salute, il quale provvederà entro i successivi 80 giorni all’emanazione del decreto di riconoscimento.
Il riconoscimento dell’equivalenza del titolo è attribuito ai soli fini dell’esercizio professionale, sia subordinato che autonomo, ed è condizionato al raggiungimento in un determinato punteggio previsto dal DPCM 26 luglio 2011. Qualora non sia raggiunto il punteggio previsto, il riconoscimento è subordinato alla effettuazione di un percorso di compensazione formativa stabilito in base a criteri individuati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Requisiti Titoli

Possono essere presi in considerazione esclusivamente i titoli che rispondono alle seguenti caratteristiche:

devono essere stati conseguiti entro il 17 marzo 1999, ed il relativo corso formativo deve essere iniziato entro il 31 dicembre 1995;
devono essere stati conseguiti conformemente all’ordinamento in vigore anteriormente all’emanazione dei decreti di individuazione dei profili professionali relativi ai diplomi universitari;
devono aver consentito l’esercizio professionale, in conformità all’ordinamento allora vigente;
i relativi corsi di formazione devono essere stati regolarmente autorizzati dalle Regioni o da altri Enti preposti allo scopo*, e svolti nell’ambito nel territorio della regione di riferimento.

Con la locuzione ”Enti preposti alla scopo” si intende far riferimento a quegli Enti pubblici che, in base alla normativa vigente all’epoca, erano preposti istituzionalmente o all’espletamento dei corsi di formazione/qualifica/abilitazione, o al rilascio delle autorizzazioni a corsi, che poi – in concreto – possono essere stati svolti/gestiti anche da Enti privati.

Ulteriori elementi di valutazione del titolo

Per consentire la valutazione del titolo, dovranno essere fornite idonee specificazioni con riguardo alla durata del corso di formazione e l’esperienza lavorativa.
Per quanto riguarda il corso di formazione, dovrà essere presentare idonea documentazione rilasciata dall’Ente preposto da cui risulti la durata della formazione in anni ed ore di insegnamento.
Oggetto di valutazione per il riconoscimento del titolo saranno sia le ore di formazione teorica che le ore di formazione pratica.
Qualora non sia possibile presentare la documentazione come sopra indicato, ai sensi del DPR 445/2000 potrà essere prodotta una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.
Per ciò che attiene all’esperienza lavorativa, dovrà essere dimostrato che la stessa è riferibile ad una attività coerente o comunque assimilabile a quella prevista per la Professione Sanitaria rispetto alla quale si chiede l’equivalenza del titolo posseduto, e per essere oggetto di valutazione, deve essere stata svolta per un periodo di almeno un anno, anche non continuativo, negli ultimi cinque anni antecedenti al 10 febbraio 2011;

L’attestazione relativa all’esperienza lavorativa dovrà essere resa:

con una dichiarazione del datore di lavoro, dalla quale risultino le date, la durata, le attività e le eventuali qualifiche ricoperte;
oppure, ai sensi del DPR 445/2000, con una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà dell’interessato, con allegata la copia del libretto di lavoro, dal quale risultino le date, la durata, le attività e le eventuali qualifiche ricoperte;
oppure con il percorso storico lavorativo del richiedente rilasciato dal centro per l’impiego di competenza, ed con ogni altra documentazione idonea alla dimostrazione dell’esperienza lavorativa prestata.

Nel caso di attività lavorativa non subordinata, la stessa sarà dimostrata da apposita autocertificazione, integrata dalla seguente documentazione:

copia della dichiarazione dei redditi riferita a tutti gli anni di esperienza dichiarata,
eventuale copia dei contratti di collaborazione,
altra documentazione idonea alla dimostrazione dell’esperienza lavorativa posseduta.

Periodi ulteriori di attività lavorativa verranno considerati utili al raggiungimento del punteggio previsto.

Percorso di compensazione formativa

Qualora il titolo e l’esperienza lavorativa non consentano di raggiungere il punteggio previsto, il riconoscimento è subordinato alla effettuazione di un percorso di compensazione formativa stabilito in base a criteri individuati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Ulteriori informazioni

Ogni Regione ha unicamente il compito di effettuare l’istruttoria delle istanze pervenute.
Ogni valutazione – anche relativa al punteggio – viene effettuata dalla CONFERENZA DI SERVIZI indetta dal Ministero della Salute.
Il decreto di riconoscimento dell’equivalenza è rilasciato dal Ministero della Salute.

Le Neuroscienze in tribunale

Caratteristiche del cervello, geni, pressione ambientale. Fattori protagonisti sempre di più nelle aule giudiziarie, fra accusa e difesa, nelle delicate fasi in cui si decide se un imputato è colpevole di aver commesso un reato. E non solo: le neuroscienze, oggi, stanno aiutando a capire quanto, in un certo senso, si sia colpevoli di essere colpevoli.
I comportamenti criminali possono essere il frutto di una biologia sensibile su cui vanno a insistere determinate pressioni ambientali. Biologia e biografia non sono in antitesi ma si contaminano“, spiega  Cinzia Caporale, membro del Comitato Nazionale di Bioetica e ricercatore dell’ Istituto di Studi Giuridici Internazionali del Cnr di Roma che è stata fra i protagonisti del convegno Neuroetica e tribunali. Profili di responsabilità morale, giuridica e sociale nella prospettiva delle neuroscienze, organizzato a Roma dall’Isgi-Cnr. Obiettivo del convegno: discutere delle implicazioni tecnico-scientifiche, etico-giuridiche, filosofiche e sociali dell’applicazione di tecnologie neuroscientifiche (neurogenetica e neuroimaging funzionale), a scopo investigativo e probatorio nei tribunali.

Gli avanzamenti delle nuove tecnologie di indagine sui fenomeni mentali e sulle disfunzioni del comportamento pongono infatti nuove sfide morali e sociopolitiche, in particolare riguardo all’eventuale loro base genetica. La discussione scientifica è sviluppata a livello internazionale, specialmente nell’ambito dell’amministrazione della Giustizia.
E’ come se avessimo finalmente aperto una finestra sul cervello: le tecnologie neuroscientifiche – continua Caporale – ci permettono di guardare i circuiti e i segnali prodotti dalla mente mentre è in attività. Il supporto fornito dalla caratterizzazione genetica è molto importante perché consente di capire se ci si trova di fronte a persone che presentano determinate predisposizioni. Tuttavia, da qui a dire che abbiamo a che fare con un rapporto di causalità diretta ce ne passa. Non è così. Queste indicazioni scientifiche vanno sempre coadiuvate da altri elementi probanti, da sole non possono produrre un’evidenza“.
E allora che risposta si può dare a chi si chiede dove effettivamente arrivi la responsabilità personale e quali sono i nuovi confini dell’imputabilità di chi si rende colpevole di azioni delittuose? “La possibilità di collegare, anche se non in modo causale, tratti comportamentali e tratti genetici – spiega Caporale – rimanda alla necessità non solo di rivedere il concetto di imputabilità della persona ma anche di ridisegnare la punizione del reo. Se si dimostra che una persona ha una maggiore vulnerabilità biologica, psicologica e sociale rispetto a un’altra, ne consegue che anche il trattamento punitivo e riabilitativo dovrà essere differente”. Le tecnologie neuroscientifiche, intanto, continuano a diffondersi e stanno entrando sempre di più nei tribunali. Anche in quelli italiani.
Il nostro, su questo fronte, è infatti uno dei paesi europei più avanzati. Due casi giudiziari avvenuti in Italia hanno appunto confermato l’urgenza e la rilevanza del tema e le neuroscienze, e in particolare la neurogenetica, sono state utilizzate come significativi strumenti di valutazione di condotte penalmente rilevanti.
“Una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Trieste del 2009 ha diminuito di un terzo la pena inflitta a un omicida per futili motivi, che è risultato ‘vulnerabile geneticamente ’ rispetto al comportamento aggressivo e violento“, spiega Gilberto Corbellini, docente di Storia della medicina e di bioetica presso l’ università Sapienza di Roma, anch’egli tra i coordinatori dell’incontro. “A un’indagine genetica, l’imputato mostrava infatti la sfavorevole  variante Low dell’enzima monoaminoossidasi A (L-MAOA), modulatore dei neurotrasmettitori dell’ammina, che favorirebbe lo sviluppo di un’indole violenta“. Un secondo verdetto del tribunale di Como del maggio 2011 ha inoltre ritenuto parzialmente incapace di intendere e volere un’imputata sulla base delle risultanze di imaging cerebrale e di genetica comportamentale. L’avanguardia del nostro paese per quanto riguarda questa integrazione fra neuroscienza e giustizia è dimostrato anche dal fatto che molto probabilmente “la magistratura italiana, molto attenta all’evoluzione di queste tecnologie, al più presto promuoverà anche corsi di formazione sugli sviluppi neuroscientifici. Siamo di fronte a un nuovo strumento di valutazione, sarebbe paradossale immaginare di privarsene“, conclude Caporale.

By Cristian Fuschetto
Riprodotto sul licenza CC dal sito http://daily.wired.it

Il cervello non dorme mai

Un gruppo di ricercatori italiani del Centro di medicina del sonno dell’ospedale Niguarda di Milano coordinati da Lino Nobili ha scoperto che anche quando il nostro corpo è nel sonno più profondo, ci sono aree del cervello che si attivano, come durante la veglia.  Ad attivarsi sono soprattutto le regioni più coinvolte nel movimento, potrebbe trattarsi di un retaggio ereditato dai nostri antenati ominidi per poter essere sempre pronti alla fuga in caso di pericolo.
Per arrivare alla scoperta il gruppo di Nobili ha sfruttato i pazienti com epilessia farmacoresistente sottoposti a Stereo-EEG (con gli elettrodi intracerebrali inseriti nel cervello per studiarne l’attività elettrica prima di operarli),in questo modo è stato possibile registrare, come mai era stato fatto prima, l’attività del cervello durante il sonno.

Le osservazioni potranno aiutare a capire meglio alcuni disturbi del sonno, primo fra tutti il sonnambulismo, che porta una persona a camminare mentre dorme, e agire, ma senza giudizio, coscienza né memoria, inoltre si dimostrerebbe che ben prima che una persona si possa dire addormentata, alcune aree del suo cervello, in particolare quelle della memoria, sono già cadute nel sonno.

Smartphone Brain Scanner

L’invenzione è del gruppo di ricerca danese Milab: un paio di cuffie, battezzate Emotiv, ricevono i segnali cerebrali e li trasmettono allo smartphone che, grazie ad un’applicazione specifica, elabora i dati e disegna nello schermo la mappa del cervello. In questo modo è possibile monitorare le funzioni cerebrali mentre si stanno compiendo le azioni di tutti i giorni, come studiare, lavorare, andare al cinema. Lo scopo principale è quello di scoprire il funzionamento delle emozioni, oggetto in parte ancora misterioso per la neurologia. Senza dimenticare però la possibilità di monitorare l’andamento e le manifestazioni di patologie celebrali durante il corso della giornata e al verificarsi dei vari eventi.
Come dicono gli inventori: “Il rendering dello stato delle attività cerebrali sul proprio telefonino non rappresenta solo un modo per accedere in maniera intuitiva e user-friendly ad informazioni complesse, ma rappresenta anche un modo per gestire il proprio reale stato emotivo, grazie alla semplificazione fase di monitoraggio e di controllo”.

Un Tecnico di Neurofisiopatologia in Missione Umanitaria

Chiudete gli occhi e…

Immaginate un paese dalle mille colline, dove la biologia sembra in preda alla follia, dove è un esplodere di massa verde e vigorosa, dove la terra è rossa e il sole al tramonto sembra sollevare lingue di fuoco. Immaginate un paese dove si estendono all’infinito montagne alte ma dalle linee morbide, color smeraldo, viola, verde, che irradiano calore, che attirano col silenzio. Immaginate un paese dove fino ad un certo punto è notte: poi di colpo spunta il sole. Spunta? Il verbo suggerisce una gradualità. No: il sole arriva come un pallone scaraventato per aria. Di colpo la palla di fuoco è così vicina da averne quasi paura.
Immaginate un paese dove si inerpicano sul ripido pendio file di donne e bambini: sono scesi alla fonte, hanno camminato forse per 3-4 chilometri, hanno riempito profonde catinelle metalliche e se le sono posate a vicenda sul capo, i raggi del sole si riflettono nell’acqua dei recipienti; poi si sparpagliano verso capanne di argilla e nei cortili. La gente è svegliata alla vita dal tintinnio dei recipienti e spuntano fuori i bambini; sono moltissimi, un grande “asilo infantile” e si guardano intorno, con grandi occhi ancora pieni di sonno alla ricerca di cibo… una banana, un po’ di manioca… la bambina più grande bada che ognuno riceva la sua parte… spesso solo una briciola. Immaginate un paese dove gli uomini non ci sono più: la popolazione si sveglia dalla carneficina come da un brutto sogno, esperienza che ha lasciato sui volti dei pochi maschi anziani rimasti tracce indelebili e angosciose.
A Kigali “autori non identificati” abbatterono con un razzo l’aereo sul quale viaggiava il presidente Habyarimana. La carneficina era cominciata.
Per 100 giorni furono uccise 1000 persone al giorno (anche se il numero è ancora controverso). Gente fino a ieri innocente ne ha scannata altra, anch’essa innocente, senza un motivo, guidati dal regime.
Intanto dall’altra parte del mondo si discuteva se i mezzi che avrebbero dovuto portare aiuto alla popolazione dovessero avere le scritte sulla carrozzeria e se sì che colore avrebbero dovuto avere. Non è la prova che il male è tra noi e si trovava in Ruanda? Caddero squartati e massacrati con armi primitive: machete, martelli, lance e bastoni. Noi guardavamo alla televisione interminabili colonne di persone, non capendo quale forza spingesse quei pellegrini sfiniti, cosa obbligasse file disciplinate di creature con in braccio bambini, respirando quella tristezza, confrontandoci faccia a faccia con le immagini della tragedia stampate su quei volti. Siamo andati lì, tutti quei farmaci, quegli strumenti (e che orgoglio per quell’Elettroencefalografo ricevuto con una donazione di un benefattore…), il sapere delle nostre menti, tutto ciò che avevamo portato poteva bastare per tutti? Aspettavano lì, fuori dal dispensario per ore, in silenzio, alcuni dormivano perché avevano camminato giorni per raggiungerci, per essere visitati dai medici bianchi che tante cose sapevano e che avevano strumenti misteriosi, quasi magici, come quella per farsi “leggere nella testa”… la “macchina”!
Avevo solo il desiderio di dire loro “Scusate… scusateci per tutto questo…!” vergognandomi quasi di avere abiti puliti, stomaco pieno, dolci in valigia, creme per il viso là a migliaia di chilometri, a casa, dove IO sarei tornata, lasciando là quella donna che si lega con un fazzoletto di cotone colorato un bimbo sulla schiena che continua a dormire, si accuccia, si appogia sulla testa l’immancabile ciotola di manioca, si raddrizza, si sbilancia, quindi afferra con la sinistra la stuoia che le serve da letto, con la destra la mano dell’altro bambino. Poi con passo lento e misurato si gira, ci abbaglia con un sorriso, ci ringrazia, e imbocca il sentiero nella foresta che la porta ad un mondo che non conosciamo e che forse non riusciremo mai a capire.

Mi chiamo Cristina, sono un Tecnico di Neurofisiopatologia, ho lavorato presso il Centro Epilessia dell’Ospedale S.Paolo di Milano dal 1989 al 2008, attualmente presto servizio presso la ASL AL.  I pensieri che ho riportato sono stati da me scritti subito dopo il ritorno dal viaggio che ho fatto in Ruanda, in precedenza avevo avuto altre esperienze di “lavoro-volontario” in Camerun, occasioni in cui era già nato l’amore per l’Africa. In entrambi i casi era stato richiesto un progetto specifico per occuparsi dei moltissimi pazienti affetti da epilessia. Si stima infatti che circa l’80% della popolazione affetta da epilessia si trovi in Africa: mentre la prevalenza dell’epilessia è sovrapponibile nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo, l’incidenza della malattia è tripla nei paesi del terzo mondo rispetto agli altri.
I malati di epilessia in tali contesti sociali vengono  spesso emarginati dalla vita sociale e lavorativa, quasi nascosti per vergogna dalle famiglie; talvolta le terapie (quando sono somministrate) sono discontinue (perché legate al reddito del capo famiglia, se e quando c’è) e gli incidenti durante le crisi (   bruciature da fuoco, cadute dagli alberi, cadute nei fiumi) sono moltissimi e danno origine a ferite e traumi che segnano l’individuo per tutta la vita, quando non gliela tolgono.
Con l’aiuto di alcuni benefattori e la donazione di apparecchiature da parte di due
conosciutissime ditte costruttrici, ho consegnato a ciascuno dei responsabili dei Centri di Salute (Camerun e Ruanda) un apparecchio Elettroencefalografico portatile con cui ho effettuato innumerevoli registrazioni (in Camerun anche 30 in un giorno, talvolta in giro per i villaggi, sfruttando tutte le ore di luce a disposizione).


Il mio compito, inoltre, è stato quello di trasmettere al personale che si occupava dei Centres de Santè le istruzioni per l’utilizzo e la manutenzione degli strumenti.
E’ molto difficile per me riuscire a trasmettere ciò che ho vissuto in quei momenti, e i particolari tecnici che forse qualcuno si aspettava di trovare in queste righe rivestono ai miei occhi ben poca importanza rispetto ai sentimenti e alle emozioni vissute. Sono partita con l’idea “romantica” della missione e mi sono immersa in una meravigliosa, crudele, dura e vibrante realtà.
In tali occasioni ho incontrato persone meravigliose: contente di nulla, pronte all’accoglienza, che mi hanno offerto una manciata di terra prelevata dalla soglia di casa dopo averla baciata come segno di benvenuto, che hanno speso ciò che avevano guadagnato in un giorno pur di offrirmi una bibita sicura e non l’acqua infetta prelevata al pozzo, che come ricordo mi hanno lasciato una delle due foto-ricordo del giorno del loro matrimonio. E’ a loro e ai missionari che lavorano tutti i giorni in “prima linea”, che va il mio e,  spero, il pensiero di chi si è fermato per leggere queste righe…

Cristina

I religiosi che ho conosciuto in Camerun sono stati trasferiti in Paraguay, mentre ho contatti in Ruanda e in Burundi, per gli interessati, la mia mail è disponibile tramite l’Amministratore del Forum dei Tnfp…


Lavorare a Dubai come Tecnico di Neurofisiopatologia

Imbucando la Oud Metha Road, spalle all’Oceano, verso un surreale sobborgo di palazzine colorate suddiviso in nove distretti, si arriva al Dubai Healthcare City (Dhcc),la città della salute. Più di 90 cliniche, due ospedali, 1.700 tra medici, ricercatori, infermieri e tecnici sanitari, il Dhcc è l’ultima frontiera della megalomania del Golfo. Una volta terminato, intorno al 2015, diventerà il più grande polo sanitario del mondo, e le cifre appena elencate andranno moltiplicate per tre, forse per quattro. Dubai punta sulla salute: sono circa 3 milioni infatti, le persone che ogni anno attraversano il globo in cerca delle più svariate cure sanitarie. Dubai vuole inserirsi in questo scacchiere geo-sanitario da miliardi di euro.

Al Dhcc ogni clinica è contrassegnata da un gigantesco numero appeso sulla facciata d’ingresso. Lo scopo dell’iniziativa di Dubai Health Care City è di offrire la massima qualità nei servizi di assistenza sanitaria con il meglio della tecnologia disponibile. La struttura della Dhcc è altamente integrata con il complesso Universitario di Medicina che ne forma il nucleo centrale con le sue tre componenti:
1)University Speciality Hospital – Università di Specializzazione Ospedaliera
2)Medical School & Nursing School – Scuola Medica e Scuola Infermieristica e Tecnica
3)Life Science Research Centre – Centro di Ricerca Scienze Naturali

Grazie a questa struttura la città sta diventando un luogo di offerta di lavoro per molteplici categorie sanitarie a livello internazionale, c’è infatti richiesta di personale da inserire nelle diverse specialità a causa della carenza del personale specializzato reperibile in loco. Per un Tecnico di Neurofisiopatologia che ha intenzione di trovare un’occupazione negli Emirati Arabi la possibilità c’è, il requisito principale è la lingua inglese, mentre per il titolo di studio sembra non ci sia alcuna differenza per i Laureati Italiani (lo si evince dagli annunci di ricerca sul personale infermieristico italiano). Le strutture dedicate alla Neurologia presso cui informarsi e mandare il curriculum sono le seguenti:

Dr. Sulaiman Al Habib Medical Center
Building No. 55, P.O.Box: 505005
www.drsulaimanalhabib.com

Germen Neuroscience Center
Building No. 64, Block A, 2nd Floor, 2006, P.O. Box 505118
www.gnp-dubai.com

German Medical Center
Building No. 27,Block B, 3rd & 4th Floor, 302 & 404, P.O.Box 505020
www.germanmedicalcenterdhcc.com

The City Hospital
Building No. 37, P.O.Box 505004
www.thecityhospital.com

Tranquil Moments Advanced Sleep Sounds

Il Center for Neuroacoustic Research, ha avuto l’idea di progettare il Tranquil Moments Advanced Sleep Sounds, che non è solo una futuristica radiosveglia ma un concentrato di elettronica  capace di emettere ben 16 suoni basati sulle frequenze alfa, delta e theta sulle quali lavorano le onde cerebrali, suoni, quindi, che stimolerebbero il sopraggiungere di una condizione di relax e predisporrebbero al sonno profondo anche nei soggetti che più faticano a tranquillizzarsi. I suoni vengono svolti su un arco temporale di ben 29 minuti, ma il dispositivo può anche suonare in modo continuo tutta la notte oppure è possibile impostare lo spegnimento (o l’accensione) automatica a 30, 60 e 90 minuti.
Chi ha semplici problemi a rilassarsi ha trovato nella musica new-age o nei suoni che imitano i rumori della natura (acqua di cascate ecc.) un modo tutto nuovo per riuscire a trovare un po’ di pace.
Funzionando anche da sveglia il Tranquil Moments Advanced Sleep Sounds mostra l’orario su un display a cristalli liquidi retroilluminato con cinque livelli di luminosità differenti; è alimentato attraverso la rete elettrica, ma può funzionare anche con 4 batterie di tipo AA e vanta anche la presenza di un jack per cuffia, per permettere un ascolto privato dei suoni.
Info su http://www.neuroacoustic.com/

La sindrome di Kleine-Levine

E’ una patologia di cui soffre una ragazza di Friburgo da quando aveva diciassette anni, che la fa dormire molto più del normale, a volte anche per tre settimane di fila, quasi consecutivamente, rimanendo sveglia solo tre o quattro ore al giorno. Questi attacchi capitano in media una volta al mese, e durano anche per un paio di settimane, perfino tre nei casi peggiori, la ragazza soffre di una forma particolarmente acuta della sindrome di Kleine-Levine, che inizialmente non le era stata neppure diagnostica dato che questo disturbo del sonno colpisce poche migliaia di persone al mondo.
La ragazza è riuscita comunque a trovare un modo per proseguire un’esistenza il più possibile normale, i genitori la seguono costantemente, assicurandosi che possa mangiare nelle rare ore di veglia.
Per approfondire: http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Kleine-Levin

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